La boxe può diventare uno sport più sicuro?

La boxe é vita, ne ha salvate molte, molte di più di quelle che si è portata via. Ha dato un futuro migliore a troppe persone e dato un senso all’esistenza di molti, che avevano alternative peggiori. é arrivato il momento di renderlo uno sport più sicuro, di essere costruttivi, non di abolirlo o fare i leoni da tastiera.

Oggi è una giornata buia per la boxe per la morte di Patrick Day. come lo sono stati il 23 e il 25 luglio, giorni in cui sono venuti a mancare rispettivamente Martin Dadashev e Hugo Santillán, giusto per citare i casi di morte nella boxe più recenti, tutti e tre causati da lesioni cerebrali.

Nel caso di Day, l’arbitro avrebbe dovuto fermare il combattimento alcuni istanti prima del KO, in quanto Conwell aveva colpito in pieno il viso del suo avversario. Probabilmente c’erano già danni pesanti, ma quel pugno non lo avrebbe “finito” e forse non sarebbe collassato. Solo il suo secondo sa come stava Patrick dopo il destro spettacolare dell’ottavo round che lo aveva mandato al tappeto.

L’argentino Hugo Santillán, ricordiamo, aveva disputato un duro combattimento in Germania un mese prima della sua morte ma gli avevano permesso di combattere ancora dopo pochissimo tempo nel suo Paese. In Europa non poteva perché gli avevano ritirato la licenza a combattere in quel territorio come precauzione, ma è assurdo che quel fermo forzato non valesse a livello mondiale. L’incontro di Dadashev è stato fermato dal suo secondo troppo tardi, e dopo avergli addirittura chiesto il permesso, perché era letteralmente fuso, non poteva in nessun modo continuare. Davvero non si potevano evitare queste tragedie? 

Con questo voglio dire che queste morti nella boxe avrebbero potuto essere evitate, non che si debba abolire uno sport così necessario nella società. è complicato salvaguardare la salute degli atleti in uno sport di contatto come questo il cui obiettivo è appunto colpirsi, ma bisogna continuare a lavorare e a migliorare. Bisogna rivedere il ruolo dell’arbitro e i secondi devono essere meno restii a fermare l’incontro quando il pugile è visibilmente provato. Perché 30 secondi possono fare la differenza tra la vita e la morte. Anche il pugile stesso dovrebbe essere in grado di imitare il “basta” di Roberto Durán, come fece Chazz Witherspoon la stessa notte a Chicago in cui Day andò in coma. “Colui che lotta e si arrende, può vivere per lottare un altro giorno”, diceva Demostene.

Il medico non può quasi nulla contro un ictus causato da colpi eccessivi e potenti. Gli interventi di decompressione, in ospedale, sono l’ultimo palliativo per salvare la vita ma il pugile rimarrà comunque con deficit neurologici residui significativi. La soluzione è saper fermare un combattimento in tempo e, fuori dal ring, andare oltre i controlli ordinari, iniziando dall’effettuare varie risonanze magnetiche al cervello (minimo due, secondo il parere di medici che trattano questi sportivi) durante l’anno che certifichino lo stato di salute del pugile. Abbiamo già visto che la NFL ha migliorato i suoi protocolli di protezione nei confronti degli sportivi in risposta alla sua cattiva fama, cosa che sta succedendo ora alla nobile arte.

Al più piccolo dubbio, durante un combattimento, l’arbitro deve chiedere al dottore (di solito un neurologo) di esaminare il lottatore. Questo accade già, ma magari è necessario farlo più spesso, soprattutto quando uno dei due ricevi duri colpi in un round, non solo per chiudere una ferita. Ricordiamo che è l’arbitro a decidere dell’incontro. Anche i professionisti dell’informazione e i fan non dovrebbero riprendere il pugile se non per critiche costruttive se un pugile sta sulla difensiva o schiva i colpi dell’avversario.Molte volte è una mera questione di stile per farsi meno male. Per caso andiamo a trovare il pugile al reparto di terapia intensiva dell’ospedale? 

Il peso è un altro tema che avrebbe bisogno di una politica comune, dato che molti pugili salgono sul ring molto debilitati. La WBC, per esempio, imponeva già una prova di peso 30 (non più del 10%) e 7 giorni (non più del 3%) prima dell’incontro e recentemente ha aggiunto un’altra prova 14 giorni prima (non più del 5%). Bisognerebbe trovare un consenso politico, ma soprattutto essere rigidi e non voltarsi dall’altra parte quando si violano le regole.

La boxe è necessaria come qualsiasi altro sport

Chiaro è che queste morti non si possono nascondere, ma è arrivato anche il momento di sprezzare una lancia a favore della boxe. Chi non si è mai avvicinato a questo sport difficilmente capirà, perché indottrinare dal divano di casa è facile e conoscere da vicino la vita dei ragazzi e delle ragazze che si guadagnano da vivere così offre un’altra prospettiva. Basta leggere le loro storie.

La boxe é vita, ne ha salvate molte, molte di più di quelle che si è portata via. Ha dato un futuro migliore a troppe persone e dato un senso all’esistenza di molti, che avevano alternative peggiori. E non stiamo parlando solo dei famosi comes como Pacquiao, Terence Crawford e Mike Tyson che hanno avuto successo, bensì della stragrande maggioranza. Oggi va di moda il fitboxe tra la classe medio-alta, ma la boxe è uno sport che a livello professionale e amatoriale ha sempre offerto una nobile uscita a molta gente della cosiddetta classe bassa. è giunto il momento di migliorare la sicurezza nella boxe, non di gridare sui social senza concludere nulla. Ovviamente, qualunque commento che apporti nuove idee è ben accetto, perché alla fine si tratta di questo.

Fonti

Traduzione di Claudia Bondi

Articolo originale: ¿Se puede hacer del boxeo un deporte más seguro?

Link all’originale:
https://www.marca.com/boxeo/opinion/2019/10/17/5da83ddd268e3ee16b8b4595.html

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