Perché i corridori preferiscono il Giro al Tour

Eccezion fatta per Christopher Froome, tutti i big del ciclismo si sono presentati ai nastri di partenza del Giro d’Italia, che si prospetta come la corsa a tappe più interessante della stagione. Primoz Roglic, grazie al successo di sabato è la prima Maglia Rosa di questa edizione.

C’è sempre più rosa tra i grandi del ciclismo, storicamente attratti dal giallo del Tour de France. La corsa rosa suscita ormai altrettanto interesse – se non più – della Grande Boucle. Bologna è stata scelta come città di partenza di questa edizione, con al via tre specialisti delle corse a tappe, apparentemente i più quotati per interrompere l’egemonia della formazione britannica della Sky – diventata Ineos – che sarà presente anche a luglio al giro di Francia: l’olandese Tom Dumoulin, l’inglese Simon Yates e lo sloveno Primoz Roglic. Questi avrebbero dovuto formare un quartetto da sogno con l’enfant prodige del ciclismo mondiale Egan Bernal (Ineos), ma il Colombiano di 22 anni ha dovuto alzare bandiera bianca dopo essere stato vittima di una caduta ad Andorra a una settimana dalla partenza del Giro.

Primoz Roglic, prima Maglia Rosa

Impressionante per la facilità della pedalata, lo sloveno Primoz Roglic ha assunto il proprio status di favorito già dalla prima tappa a Bologna dove ha messo un distacco importante tra sé e gli avversari per la vittoria finale. Dopo essere apparso molto a suo agio sul difficile colle di San Luca, Roglic ha anticipato di 19 secondi il Yates. Poco staccati dal Britannico sono giunti al traguardo Vincenzo Nibali, Miguel Angel Lopez e Tom Dumoulin. Il grande deluso della prima tappa è stato certamente lo spagnolo Mikel Landa, che ha patito un minuto e sette secondi di distacco.

Meno incerto sarà invece il discorso al Tour in partenza quest’anno da Bruxelles, dove Ineos con le sue tre punte di diamante – Christopher Froome, Geraint Thomas ed Egan Bernal – difficilmente avrà rivali all’altezza. Se il Tour continua a essere considerata la corsa più prestigiosa del calendario, l’interesse crescente per il Giro deriva da più fattori, alcuni insiti, altri consustanziali alla prova.

Unendoli tutto ciò si spiega perché il vincitore dell’ultima Vuelta di Spagna, Simon Yates, si sia permesso di dire un simile “sacrilegio” ai microfoni di Cyclingnews: “Non vedo l’ora di vincere questa corsa (il Giro), mentre oggi il Tour non mi fa né caldo né freddo.”

La speranza di una corsa più aperta

Coloro che si annoiano a vedere Tour in versione Sky possono consolarsi: non sono i soli. Anche i corridori stessi vorrebbero evitare corse dove possono solo raccogliere le briciole lasciate dagli avversari e dove anche i più temerari devono abbandonare i sogni di gloria per colpa del treno infernale della squadra britannica. Proprio per questa ragione Romain Bardet, nonostante gli obblighi dovuti allo sponsor francese, ha pensato a lungo lo scorso inverno di dare la priorità al Giro.

“Il Giro è al contempo una corsa più difficile e meno monotona, in assenza di una squadra come la Sky che controlla tutto”, ha dichiarato Mario Chiesa, DS della Bahrain-Merida di Nibali. Al Giro nessuna squadra, nemmeno la Sky che lo scorso anno accompagnava Froome, ha modo di controllare la corsa.

L’importanza capitale del Tour ha almeno due conseguenze: tutte le squadre si presentano con otto corridori al top della forma e programmati fin dall’inverno per disputare la corsa, il che li aiuta a controllarla al meglio; il prestigio inoltre di un piazzamento tra i primi dieci può cambiare una carriera o basta a volte ad accontentare uno sponsor. Ciò tende a rendere bloccata la corsa, dove tutti cercano di difendere le loro magre conquiste.

Mentre il Tour è obbligato a puntare su tappe con arrivo in volata di meno di 100 km per dare vita a una corsa spettacolare ed esplosiva, il Giro continua a scommettere sui tapponi di montagna, pieni di cime disseminate sugli oltre 200 km di tappa, dove i favoriti si ritrovano spesso soli senza il supporto dei compagni di squadra nell’ultima ora di corsa.

Tutto ciò dà vita a tappe da antologia che riportano la mente indietro nel tempo ai miti del dopoguerra, come quella (Colle delle Finestre, n.d.t.) dove Froome ha rivoluzionato la classifica nella scorsa edizione. Il meteo, più imprevedibile a maggio che a luglio, in particolar modo oltre i 2000 metri, è un’altra variabile che può sparigliare le carte.

Inoltre la tendenza del Tour di ridurre il chilometraggio delle cronometro per ostacolare i piani della Sky, ha spinto gli organizzatori del Giro a fare il contrario. Quest’anno tre cronometro collinari per un totale di 60 km hanno fatto cambiare idea a Dumoulin che pensava inizialmente di concentrarsi maggiormente sulla Grande Boucle. Anche se sono le difficili tappe di montagna e alta montagna con colli e impervie vette come il Mortirolo o lo Zoncolan ad aver scritto la leggenda della corsa.

Passione e tranquillità

“Al Tour sembra di stare allo zoo: il corridore è l’animale a cui si gettano le noccioline. Al Giro sembra invece di essere in un museo dove le persone vengono ad ammirare dei quadri.” In Italia, come si evince dalle parole dello svizzero Steve Morabito della Groupama-FDJ), i corridori sentono di essere maggiormente rispettati che in Francia dove si trovano al cospetto di un pubblico venuto essenzialmente per lo spettacolo della carovana pubblicitaria e più sensibile al discorso doping.

Il pubblico del Giro, soprattutto in montagna, raggiunge spesso in bici il luogo dell’evento, mosso dall’opportunità di ammirare da vicino i campioni che è abituato a vedere in tv. Froome, acclamato in Italia lo scorso anno mentre pesava su di lui la minaccia di una squalifica e poi fischiato in Francia dopo essere stato prosciolto, è colui che ha percepito maggiormente questa differenza sostanziale.

Questo rispetto si abbina inoltre a un clima differente. La pressione degli sponsor e dunque dei manager delle squadre è minore, così come le sollecitazioni mediatiche sono più rare. L’organizzazione di corsa è meno marziale che al Tour e il Giro si è inoltre sbarazzato del dilettantismo che ha a lungo prevalso nel disegnare i percorsi.

“I ciclisti amano questo equilibrio, questa semplicità del Giro che non è tuttavia rimasto legato a concezioni antiquate”, spiega il giornalista Pierre Carrey, autore di Giro, primo libro in francese dedicato alla corsa rosa. “Il giro comunque sta crescendo e non è detto che fra dieci anni conserverà ancora questo fascino.”

Della sua prima partecipazione nel 2017, il francese Thibaut Pinot si ricorda “la semplicità, l’autenticità, la bellezza dei paesaggi, la passione”, come scrive nella postfazione di Giro. “Il corridore è il centro dell’universo. Tutte le sere siamo coccolati negli hotel e nei ristoranti (…) Ho sempre dormito bene al Giro, di un sonno ristoratore, senza cattivi pensieri.” Hubert Dupont, undici partecipazioni al Giro, sottolinea anche “la qualità della tavola indipendentemente dall’hotel. La pasta, nostro principale carburante, non delude mai.” Elemento anche questo meno banale di quanto non sembri per mantenere alto il morale durante una corsa di tre settimane in cui i tempi di recupero sono più ridotti rispetto al Tour.

I premi

Mauro Vergni, organizzatore della corsa, negherà sempre con decisione di aver pagato “una sola lira” per attirare un corridore. Tuttavia questa pratica è tutt’ora in corso, dopo esser stata istituita da Vincenzo Torriani, elegante direttore della prova dal 1949 al 1989 che non lo nascondeva affatto. Al Tour invece si sono sempre rifiutati.

Questo premio di partecipazione, segreto di pulcinella tra gli addetti ai lavori, può passare come spese di rimborso gonfiate alle squadre a condizione che queste schierino i loro migliori atleti. Secondo la stampa specializzata, la cifra è salita a sette cifre per garantire la presenza di Lance Armstrong nel 2009 e di Chris Froome nove anni più tardi.

La Sunweb di Dumoulin avrebbe inoltre firmato due anni fa un contratto pluriennale che la obbligherebbe a portare ogni anno il suo miglior corridore.

Perché a volte la cottura perfetta della pasta e il fasciano delle piazze medievali da sole non bastano…

Fonti

Traduzione di Andrea Palazzeschi dell’articolo di Clément Guillou “Cyclisme : pourquoi les coureurs préfèrent le Giro au Tour de France” pubblicato su Le Monde l’11/05/2019.

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