Dalle sbarre al rugby, a Pesaro la prima scuola d’arbitri per detenuti

PESARO Un corso per arbitri di rugby nato per formare i detenuti ed insegnare i valori dello sport. È il cuore dell’iniziativa promossa dal gruppo sportivo “EXTRA – Social Rugby”, nell’ambito del protocollo “Rugby oltre le sbarre”, sottoscritto tra la Federazione Italiana Rugby ed il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, che da anni promuove percorsi di crescita e reinserimento sociale dei reclusi attraverso la pratica della palla ovale. Ma è nella Casa Circondariale di Pesaro Villa Fastiggi che per la prima volta in Italia si svolge un corso abilitante al ruolo di giudice di gara, aprendo le porte della professione ed offrendo un’opportunità importante sia dal punto di vista sportivo che culturale. A presentare l’iniziativa è l’allenatore federale Giuseppantonio “Beppe” De Rosa, in prima fila per l’organizzazione e l’esecuzione del progetto.

Portare il gioco del rugby in carcere. Da dove è nata l’idea e per quali ragioni avete ritenuto fosse un’occasione di crescita per la popolazione carceraria?

“La FIR sta investendo sempre di più nel rugby in carcere. Il progetto nasce con due principali motivazioni: crediamo che gli istituti penitenziari siano parte integrante della comunità ed eravamo curiosi di vedere come questo progetto sarebbe stato recepito sia tra i detenuti sia in città. Abbiamo iniziato a lavorare nel luglio del 2015 ed oggi è realtà”.

Parliamo di numeri: quanti istituti penitenziari aderiscono al progetto e quanti carcerati hanno avuto modo di prendervi parte fino ad oggi?

“Attualmente sono 18 le realtà in cui si pratica l’attività, ma c’è sempre più richiesta. A breve, il nostro gruppo sportivo dovrebbe iniziare a operare pure nei penitenziari di Rimini e Fossombrone. L’esperienza di Pesaro è unica nel suo genere per quanto riguarda la formazione degli arbitri. Ci sono molti vincoli da rispettare prima di avviare queste iniziative, ma siamo fiduciosi che grazie all’impegno della FIR si possa coinvolgere sempre più persone. Abbiamo già 2 squadre agonistiche composte da soli detenuti e che giocano nei campionati federali di Serie C2: La Drola a Torino e il Giallo Dozza a Bologna”.

Qual è stata la risposta che il progetto ha ricevuto, sia dalle istituzioni che dagli atleti detenuti?

“Siamo già riusciti a coinvolgere 10 detenuti per il corso arbitri. Al momento siamo in contatto con la FIR per risolvere alcuni problemi di regolamento. Allo stato attuale tutti gli arbitri non devono aver riportato condanne penali e questo può ostacolare i nostri allievi, ma è allo studio una soluzione. Contiamo che il tutto si sblocchi presto. Oltre ai detenuti, abbiamo coinvolto anche 5 persone esterne al carcere di cui 2 sono atlete dell’Asd Urbino Rugby”.

Gli operatori che seguono questo progetto insegnando le regole che qualifiche devono avere? Quali figure professionali sono coinvolte ed in che modo?

“L’insegnamento è affidato ad operatori ufficiali. Partecipano alla didattica il formatore ufficiale della regione Marche Davide Gatta ed il coordinatore regionale della Commissione Nazionale Arbitri Giuseppe Biocca. Sono entrambi arbitri nazionali”.  

Quanto il gioco del rugby contribuisce alla reintegrazione sociale della popolazione detenuta? Quali effetti positivi ha su chi sta scontando la propria reclusione?

“Abbiamo raccolto tanti commenti entusiasti dai nostri atleti e vediamo gli effetti dello sport su di loro. È un’esperienza umana molto forte. Facciamo di tutto per trasmettere i valori fondamentali del rugby, dal rispetto delle regole allo spirito di squadra, fino all’importanza dell’amicizia e della collaborazione. Facciamo capire che tutti sono sullo stesso piano, insegniamo il rispetto dell’autorità che allenatori ed arbitri devono avere e spieghiamo la netta differenza dall’essere autoritari. In tutti questi anni non abbiamo mai avuto casi di tensione, anzi il contrario. Si sente la tanta voglia di riscatto. Anche le azioni più normali in carcere sono momenti straordinari ed è importante farli vivere, i detenuti si sentono apprezzati e valorizzati. È uno spaccato di libertà che scalda il loro cuore”.

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