Kathrine Switzer, very Free To Run!

52 anni fa, l’americana Kathrine Switzer è diventata la prima donna a terminare ufficialmente una maratona. Il 17 aprile 2017 a 70 anni è stata nuovamente ai nastri di partenza della maratona che l’ha resa celebre, a Boston, per celebrare la libertà e l’amore per la corsa. […]

Ogni appassionato di running ha visto quell’immagine forte, selezionata dal Time come una tra le cento foto che hanno cambiato il mondo: una ragazza con la tuta grigia e il pettorale numero 261 afferrata di forza dall’organizzatore di gara che tenta di estrometterla dal percorso della maratona di Boston.

Da allora Kathrine Switzer è divenuta una vera e propria ambasciatrice della maratona. A 70 anni fa della corsa un mezzo per abbattere ogni tipo di tabù e liberare l’immagine della donna.

Ma come è arrivata a impegnarsi a tal punto in favore della libertà della donna? “È stata una cosa graduale. La corsa mi ha sempre appassionato. Dai 12 ai 19 anni ho sviluppato questa sensazione interiore di una profonda libertà. Mi sentivo fortificata dalle mie corse, tanto fisicamente quanto intellettualmente. Correre per me è davvero stimolante. A 19 anni mentre mi allenavo agli ordini di Arnie Briggs, il mio allenatore della Syracuse University nello stato di New York dove stavo portando avanti i miei studi di giornalismo, ho avuto un alterco terribile con lui. Arnie non perdeva occasione per raccontarmi di tutte le sue esperienze alla maratona di Boston, ma è andato su tutte le furie quando l’ho reso partecipe del mio desiderio di potervi partecipare un giorno a mia volta. Con mia grande sorpresa ha urlato che nessuna donna avrebbe mai potuto correre a Boston perché era semplicemente impossibile. Allora ho insistito ricordandogli che Bobbi Gibbs aveva portato a termine l’edizione precedente mischiandosi nel gruppo, ma lui non voleva ammetterlo e poiché insistevo mi ha proposto una sfida secondo lui già vinta in partenza: se fossi stata capace di coprire quella distanza in allenamento, allora mi avrebbe accompagnato nella mia impresa. Il giorno fatidico non solo ho portato a termine il percorso, ma poiché mi sentivo particolarmente bene l’ho addirittura allungato di otto chilometri. Arnie era stremato, mentre io ero pazza di gioia perché avrei potuto realizzare il mio sogno.”

L’organizzatore cerca di afferrarla  per la pettorina

L’allenatore insiste affinché stavolta vengano rispettate le regole per evitare che la sua allieva venga sanzionata dalla rigida federazione di atletica dilettantistica. Dunque la iscrive e Kathy senza malizia scrive K.V. Switzer sul modulo, mascherando involontariamente il proprio sesso dietro le iniziali. Finalmente arriva il giorno tanto atteso e Kathy parte con Arnie, John, un mezzo fondista dell’università e Tom Miller, il fidanzato che aveva deciso che se una donna poteva correre una maratona, allora avrebbe potuto farlo anche lui. Il rossetto di Kathrine causa una discussione dell’ultimo minuto con Tom che ha paura che venga notata troppo presto ed espulsa dalla corsa. Al chilometro quattro accade il celebre incidente. All’improvviso l’organizzatore della corsa, Jock Semple, spunta sul percorso di gara. Tenta di espellere Kathrine e di afferrarla per la pettorina senza la quale risulterebbe non classificata. Mentre Arnie cerca di mediare con l’uomo noto per il suo carattere collerico, Tom Miller è più sbrigativo e lo placca per mettere fine all’inseguimento. Dietro Kathrine, imbarazzata per essere diventata la fonte di un tale scandalo, Arnie urla “Corri Kathrine!” E Kathrine corre, confusa e arrabbiata e conclude la sua maratona in quattro ore e venti minuti. Con quel suo gesto forte è riuscita a spalancare una nuova porta che non potrà più essere chiusa. “In realtà non ho fatto nulla di eccezionale. Il mio tempo non era certo da incorniciare ma ci tenevo a concludere perché non si dicesse più che una donna non avrebbe mai potuto correre una maratona”.

Un simbolo della lotta femminista

In seguito tanto si è scritto e parlato di lei. Kathrine è diventata un simbolo della lotta femminista e la sua storia al tempo ha messo in secondo piano perfino il vincitore della corsa, il neozelandese Dave Mc Kenzie e soprattutto Bobbi Gibbs, arrivata circa un’ora prima di lei, che come l’anno precedente aveva trionfato nella prova femminile senza essere ufficialmente iscritta.

Dopo Boston 1967, la Switzer, runner e laureata in giornalismo, ha commentato numerose maratone ai più alti livelli e questo suo lavoro le è valso un Emmy (il più importante premio televisivo a livello internazionale, n.d.t.).

Ha gareggiato in 39 maratone, tra cui quella di New York vinta nel 1972. Tuttavia il suo successo più bello resta quello di aver vinto la battaglia affinché le donne ottenessero il diritto di correre in maniera ufficiale, anche alle Olimpiadi.

Nel 1977, la marca di cosmetici Avon l’ha invitata a creare un circuito di corse amatoriali riservate alle donne in Europa e poi in 27 paesi nel mondo. Grazie alle centinaia di migliaia di donne che hanno preso parte alle corse Avon, la federazione internazionale alla fine si è vista costretta ad accettare l’evidenza creando un’edizione femminile della maratona olimpica. Kathrine si scontra poi duramente con la federazione francese, rea di aver messo dei requisiti troppo elevati che non hanno permesso alla miglior atleta nazionale, Chantal Langlacé, di volare a Los Angeles, dove si svolse la prima edizione olimpica della maratona femminile. Kathy e Big Tom si sono sposati per poi divorziare poco dopo. Non hanno avuto figli. “Non ne ho mai voluti. Ero molto ambiziosa. Il lavoro, le corse, le conferenze, non volevo rinunciare a nulla. Niente era mai abbastanza per me. Alla fine le persone mi hanno capito. Ho migliaia di figli in giro per il mondo. Sono tutte quelle e quelli che ho fatto avvicinare al mondo della corsa”.

Alla fine Kathrine ha incontrato la sua anima gemella, Roger Robinson, runner di fama mondiale ed ex detentore del primato master alla maratona di New York, scrittore e conferenziere. Vivono sei messi all’anno a New York e gli altri sei in Nuova Zelanda.


Fonti

Traduzione e adattamento di Andrea Palazzeschi dell’articolo di Maryse Ewanjé-épée”Kathrine Switzer, very free to run” pubblicato su Les Sportives il 5 novembre 2017.

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