A un punto morto in F1, i piloti passano alla IndyCar – II

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Con l’aiuto di un nuovo title sponsor e la trasmissione di tutte le gare da parte di NBC Sports, la competizione nella IndyCar Series si è accesa riuscendo allo stesso tempo a contenere i costi. Includere piloti stranieri è di aiuto alla serie per promuoversi internazionalmente.

Ericsson dice di avere “un enorme seguito” in Svezia da quando correva in Formula 1. “Non sapevo cosa sarebbe successo qui” dice. “Ma sembra che il sostegno dalla Svezia sia rimasto lo stesso, o addirittura sia aumentato.”

Tre delle ultime quattro edizioni della 500 Miglia di Indianapolis sono state vinte da piloti con esperienza in F1: il colombiano Juan Pablo Montoya nel 2015, il californiano Alexander Rossi nel 2016 e il giapponese Takuma Sato nel 2017. In quell’anno Sato era uno dei quattro piloti titolari, incluso Montoya, con un passato in F1.

Sato, trasferitosi dalla F1 in IndyCar nel 2010, ha vinto la Indy 500 nel 2017. Credits:
Darron Cummings/Associated Press

Sato, 42 anni, prese parte a 90 gare di F1 tra il 2002 e il 2008, arrivando terzo nel GP degli Stati Uniti, che allora si teneva a Indianapolis, e ottavo nella classifica generale del 2004 con il team Lucky Strike Bar Honda. Dopo il trasferimento in IndyCar, nel 2010, aveva ottenuto una sola vittoria su 105 gare prima del successo nella Indy 500.

“So quanto sia dura la competizione lì. È tutta una questione di tecnologia, scienza, ricerca e sviluppo. Le vetture sono incredibili, e mi sono divertito molto” dice Sato della F1. “Ma adesso mi sto concentrando totalmente su questa categoria. Non ho rimpianti. Sono assolutamente contento di quello che ho fatto in IndyCar. Anche se come pilota”, aggiunge, “mi piacerebbe molto guidare in Formula 1.”

Ericsson afferma di aver potuto girare il mondo come pilota di F1, ma negli Stati Uniti era stato solo a Austin e Los Angeles prima di trasferirsi a Indianapolis questo inverno. Per sei anni il suo manager è stato Kenny Brack, pilota svedese e vincitore sia della ex Indy Racing League nel 1998, sia della Indy 500 nel 1999. Brack era stato fondamentale nel passaggio di Ericsson dai go-kart alla Formula BMW inglese nel 2007.

Ericsson ha ottenuto ulteriori informazioni sulle corse in Nord America da Brack e da Rossi, trasferitosi alla IndyCar Series a tempo pieno nel 2016 dopo un breve periodo con il team di F1 Marussia. Rossi ha vinto la 500 Miglia di Indianapolis quell’anno, alla sua sesta partecipazione nella categoria.

Alexander Rossi dopo la vittoria nella Indy 500. Credits: Chris Owens/IndyCar

“Esclusa la F1, è il campionato automobilistico più difficile al momento”, dice Ericsson. “Devi guidare con una certa flessibilità. La F1 è supercomplessa, con alte velocità in curva. È tutta questione di perfezione. Nella IndyCar le sensazioni sono di vecchia scuola. Per guidare ci vuole un gran lavoro al volante.”

Prima della prima sessione di prove del venerdì a St. Petersburg, Ericsson aveva testato una IndyCar solo sei volte. Ancora deve correre su un circuito ovale, come l’Indianapolis Motor Speedway. Non vede l’ora, però, di affrontare questa sfida e di immergersi nelle sue tradizioni.

“Conosco un po’ di storia, il rituale del latte e tutto il resto”, dice.

Sa che gli chiederanno se tornerà mai in Formula Uno. Ci sono stati piloti, come Mario Andretti o Jacques Villeneuve, che hanno avuto successo nelle vetture Indy prima di intraprendere una carriera brillante in F1.

Ma Ericsson dice: “Non sono qui per gareggiare un anno e poi tornare indietro. Ad oggi tutto è possibile, ma questo per me è un progetto a lungo termine”.

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Fonti:

Traduzione di Francesca Scapecchi dell’articolo Stalled in Formula One, Drivers Are Moving to IndyCar Seriesdi Dave Caldwell, pubblicato su New York Times il 9/3/2019

Link all’originale: https://nyti.ms/2EXG2QQ

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