Sim racing: la linea sottile tra reale e virtuale

Lo scorso 19 gennaio un 23enne italiano, Enzo Bonito, ha vinto una gara automobilistica al Foro Sol di Città del Messico. Con questa vittoria il motorsport si è affacciato su un futuro nuovo e strano.

Bonito partecipava alla Race of Champions (RoC), gareggiando testa a testa in una manche contro il 34enne Lucas di Grassi, vincitore del campionato di Formula E solo due stagioni fa. E poi, per dimostrare che non si trattava solo di un colpo di fortuna, Bonito ha vinto nuovamente il giorno dopo, questa volta battendo il campione della Indycar 2012, Ryan Hunter-Reay. Cosa c’è di strano? Bonito è un sim racer. Ha imparato tutto quello che sa dai giochi per computer.

“Non è stata una grande sorpresa per me, a dir la verità”, dice Ben Payne, direttore degli eSports della McLaren. “Ma so che molte altre persone sono scettiche.” McLaren sta investendo un sacco di tempo, fatica e denaro negli eSports. Bonito fa parte del team, insieme a Rudy van Buren, che ha vinto tre gare alla RoC dello scorso anno, a Riyadh (e di cui vi abbiamo parlato qui, N.d.T.). Van Buren era un responsabile vendite quando ha vinto il concorso McLaren’s World’s Fastest Gamer, che gli è valso un anno di lavoro come loro pilota al simulatore. Verso la fine dell’anno, dice Payne, Van Buren probabilmente passerà ad essere un vero pilota da corsa.

“Se tu o io siamo bravissimi a Fifa, questo non significa che presto andremo a disputare la finale della Coppa d’Inghilterra, e lo stesso vale per la maggior parte degli eSports”, dice Payne. “Solo perché sei bravo a NBA2K non significa che giocherai per i Boston Celtics. Ma il sim racing è diverso. Le abilità acquisite sono tutte trasferibili in pista. Questi ragazzi conoscono i circuiti e conoscono le vetture, conoscono i punti di frenata, i cambi di marcia, i punti di corda. Hanno passato tanto tempo ad allenarsi su queste auto nel mondo virtuale come chiunque altro nel mondo reale. Ed è per questo che li invitano alla RoC”.

La storia di Van Buren è un po’ diversa da quella di Bonito. Van Buren gareggiava sui kart quando era un bambino. Diventò campione nazionale olandese nel 2003, ma si fermò a 16 anni perché non poteva permettersi di continuare la sua carriera. Bonito, invece, ha disputato davvero la maggior parte delle sue gare su un computer, su un tavolo di legno, con una normalissima vecchia sedia. Si è messo al volante di una vera vettura da corsa per la prima volta nel 2018 alla scorsa RoC. “Dirò la verità, in un primo momento saltare in macchina è stato un po’ terrificante”, ha detto Bonito allora. “Ma è andata meglio di quanto pensassi”. Non scherzava. Quella stessa settimana ha perso per soli 4 decimi contro Petter Solberg, due volte campione del mondo di rallycross.

La settimana scorsa McLaren ha organizzato il gran finale dello Shadow Project, la competizione per trovare i migliori sim racers del mondo. I sette finalisti, selezionati tra più di 500.000 partecipanti, sono arrivati nel Regno Unito per competere in una settimana di test. Il martedì McLaren ha fatto provare a ognuno di loro una 570S GT4 per 150 giri sul circuito di prova di Top Gear a Dunsfold. “Mentre sfrecciano incrociamo sempre le dita”, dice Payne, “ma in realtà non abbiamo visto nemmeno un testacoda, anche se al mattino la pista era un po’ scivolosa.” Uno dei concorrenti, Ebrahim Almubarak, non aveva mai guidato una vera auto sportiva prima. Sui social ha ammesso di non avere un pilota preferito perché non ha mai guardato una gara, “ma sui social negli ultimi anni ho sentito parlare molto di Lewis Hamilton, Fernando Alonso e Sebastian Vettel.”

Quando è arrivata la telemetria di quei giri, gli analisti della McLaren hanno calcolato che i piloti migliori avevano un livello simile a quello di chi ha corso un paio d’anni in F3. Ciò non deve sorprendere, perché il vincitore, Igor Fraga, è stato un campione di karting, e nel 2017 ha ottenuto una vittoria nella Formula 3 brasiliana. Quest’anno, dice Payne: “Igor avrà una potenziale opportunità al volante di una vera McLaren. Fraga è parte di una generazione di piloti esperti sia nello sport virtuale, sia in quello reale.”

Il brasiliano Igor Fraga, vincitore del McLaren Shadow Project 2019. Credits: McLaren.com

Payne ammette che non si può imparare tutto sulle corse reali dallo schermo di un computer. Le sensazioni fisiche, la fatica, il modo in cui l’adrenalina scorre attraverso il corpo, e soprattutto, la paura. Nelle corse virtuali il fattore rischio è assente: si può sempre premere il pulsante di reset e ricominciare da capo. “Jenson Button una volta ha detto che il fattore paura è la differenza più grande,” dice Payne. “Ma quando mettiamo questi ragazzi nelle vetture non mostrano alcuna paura, perché sanno quello che stanno facendo e hanno fatto migliaia di giri su queste piste. Penso che dovrebbero essere spaventati, tutti noi pensiamo che dovrebbero essere spaventati, ma hanno un’enorme fiducia nelle proprie capacità”.

Nonostante le impressionanti vittorie di Bonito, la RoC è un mondo lontano dalla F1. Non tutti sono convinti che le corse reali e quelle virtuali possano arrivare a un punto di contatto. Ma in McLaren lo sono. Dicono di star democratizzando lo sport, e il sim racing è sicuramente un mondo più economico e accessibile del karting. “Pensiamo che il futuro degli eSports possa essere luminoso se lo vogliamo”, dice Payne. Sottolinea che il CEO della McLaren Zak Brown pensa che nel prossimo decennio ci sarà un campione di F1 venuto dal sim racing invece che dai kart. La linea di confine tra reale e virtuale, dice Payne, è sempre più sottile.

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Fonti

Traduzione di Francesca Scapecchi dell’articolo Fearless esports racers blur lines between games and the real thing di Andy Bull, pubblicato su Guardian il 22/01/2019

Link all’originale: https://bit.ly/2S8Pk5u

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