Il Sudafrica abbatte un’altra barriera razziale con il primo capitano nero

Siya Kolisi, che ha superato un’infanzia terribile, è stato capitano degli Springboks in diverse partite contro l’Inghilterra

Il rugby, un catalizzatore indiscutibile dell’integrazione in Sudafrica, ha abbattuto una nuova barriera. Il flanker Siya Kolisi è il primo giocatore nero capitano degli Springboks in una partita ufficiale dopo che il coach Rassie Erasmus lo ha designato per la serie di 3 partite dello scorso giugno contro l’Inghilterra in suolo sudafricano. La carica simbolica di questa nomina è enorme per un paese in cui il rugby per anni è stato utilizzato come un ambito limitato dell’Apartheid da cui la popolazione di colore era legalmente esclusa.

Kolisi, classe 1991, ha vissuto un’infanzia terribile a Zwide, un quartiere di Port Elisabeth. È cresciuto con la nonna paterna dopo che la famiglia della madre lo aveva rifiutato e ha dovuto lasciare la scuola per prendersi cura di lei quando si è ammalata. La povertà era all’ordine del giorno, ma si è rialzato. Si è rialzato addirittura dopo la morte della nonna e della zia con cui aveva vissuto dopo. In un’intervista de El País nel 2015 raccontava: “Dopo tutto questo è più facile dare valore a ciò che ho. Sono molto felice per la mia vita e voglio ottenere molto di più. Voglio fare la differenza nelle vite di altre persone, dare speranza ai bambini delle periferie”.

Quello del 2015 è stato il primo Mondiale di Kolisi, un bambino che a 4 anni ha visto vincere nel 1995 il Sudafrica contro la Nuova Zelanda nella finale della Coppa del Mondo, un evento che ha alleviato molte ferite sotto la guida del presidente Nelson Mandela. E ha ripulito l’immagine internazionale del paese dopo anni di boicottaggio da una buona parte del rugby mondiale. La popolazione di colore ha sostenuto una nazionale composta quasi totalmente da bianchi (c’era un solo giocatore nero), mentre all’appuntamento della Coppa del Mondo 2019 in Giappone la metà dei giocatori dovranno essere di colore.

Così la federazione nazionale e il governo sudafricano sono arrivati ad un accordo. È anche una vittoria dei sindacati che nel 2015 hanno criticato aspramente il fatto che soltanto 8 dei 31 giocatori fossero neri e hanno segnalato che gli Afrikaner, ovvero i discendenti dei coloni olandesi e tedeschi, hanno un predominio nelle strutture del rugby molto più alto della popolazione che rappresentano, che è meno del 10% del paese.

La presenza di Kolisi, che ha debuttato con gli Springboks nel 2013, è stata in auge negli ultimi due anni decisamente rilevanti. È una terza linea molto atletico, veloce e abile con l’ovale, già capitano degli Western Stormers nel Super Rugby, la miglior competizione mondiale tra club che riunisce franchigie neozelandesi, sudafricane e australiane. È uno dei leader del cambio generazionale che vive la nazionale sudafricana, la quale sfoggia 2 titoli mondiali ed è salita sul terzo gradino del podio nel 2015.

L’infortunio di Warren Whiteley, anche lui flanker, ha aperto le porte a questo cambiamento storico. Le rotazioni nel rugby implicano un cambio frequente del capitano, ma la scelta di Kolisi non sembra un semplice ricambio. Gli Springboks affrontano una ricostruzione dopo un cambiamento nelle selezioni a causa di un anno orribile in cui hanno perso 57 a 0 contro gli All Blacks, la peggior sconfitta nella loro storia. I prossimi saranno mesi chiave per formare la colonna vertebrale che lotterà il prossimo autunno per il titolo in Giappone e Kolisi ha tutte le carte in regola per partire da titolare. Nessuno meglio di lui può rappresentare il progresso di un paese.

Fonti

Traduzione di Silvia Muzzupappa dell’articolo «Sudáfrica rompe otra barrera racial con su primer capitán negro» pubblicato il 28/05/2018 da Luis Javier Gonzáles su «El País»

Link: Sudáfrica rompe otra barrera racial con su primer capitán negro

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