Gli All Blacks ci mostrano perché l’Italia ha ancora spazio nel rugby

ROMA Gli All Blacks vengono da un altro pianeta, ma l’Italia ci ha provato fino alla fine. Questa è l’emozione vissuta oggi allo Stadio Olimpico di Roma in occasione del terzo Cattolica Test Match per la nazionale.

È noto che il rugby per la Nuova Zelanda non rappresenti semplicemente uno sport ma una filosofia di vita ed è altrettanto immaginabile la pressione e la suggestione sentite dall’Italia al momento di giocare contro un pilastro leggendario della palla ovale.

Nonostante l’evidente inferiorità di gioco, gli azzurri hanno ancora molto da dire e se è vero che la strada da fare è ancora tanta sicuramente non hanno paura di volerla affrontare.

Lo spettacolo comincia ancora prima del calcio di inizio con la Haka, la tradizionale danza che rievoca l’essenza e l’identità del popolo maori. Occhi sgranati, lingua di fuori e grida stridule sono gli elementi densi di significato che caratterizzano questo rito simbolo degli All Blacks, atto di sfida verso gli avversari. Ogni commento è superfluo, bisogna godersi l’incanto.

Al kick off il tifo si fa dirompente e la partita contro i campioni del mondo diventa frenetica. Il primo tempo è il vero momento d’oro per i nostri giocatori. Nonostante la nazionale riesca a mettere piede nella metà campo avversaria e il gioco alla mano degli ospiti si presenti sorprendentemente falloso, al nono minuto è arrivata la prima meta dei neozelandesi.

La mancata trasformazione lascia tutti un po’ di stucco e permette all’Italia di accorciare le distanze nel punteggio grazie al calcio piazzato di Tommaso Allan al dodicesimo minuto. 5 a 3. Contro gli All Blacks. Un equilibrio forse inaspettato che getta sulla nazionale orgoglio e speranza.

I campioni del mondo, però, sono pur sempre i campioni del mondo e si fanno sentire. Una follia lucida, una spinta improvvisa che porta in meta senza preavviso, lasciando a bocca aperta tra passaggi spettacolari e rincorse mozzafiato. L’Italia incassa ma non cede anche se alla fine del primo tempo rientra negli spogliatoi visibilmente provata dal grande sforzo con un 3 a 31 sulle spalle.

Rivendicando la propria potenza e fisicità, gli All Blacks portano a casa 5 mete sia nel primo che nel secondo tempo. Passaggi impossibili che lasciano col fiato sospeso, tuffi in mezzo ai pali, offload da paura, riflessi pronti e attenti e una difesa impenetrabile sono solo alcune delle azioni invidiabili e impeccabili dei neozelandesi.

I numeri dicono che l’estremo Damian McKenzie, 23 anni, colleziona 3 marcature mentre 4 sono opera dell’ala Jordie Barrett, classe 1997, nominato meritatamente man of the match. Inarrivabili. Qualcuno potrebbe dire che “studiano alle elementari come giocare” e non avrebbe tutti i torti.

Un 3 a 66 che, se preso nudo e crudo, potrebbe comunque dare un’idea sbagliata di quella che è stata la partita. L’Italia ha vinto? No, ha perso senza mai veramente impensierire i neozelandesi. Ma ha anche dimostrato che dopo anni qualcosa bolle in pentola.

Le ultime prestazioni raccontano di una squadra che ha voglia di risorgere, di giocare e di puntare alla vittoria. Oggi contro gli All Blacks era impossibile uscirne in condizioni migliori. Gli uomini di Conor O’Shea, però, in campo hanno dato i loro numeri, perfettibili ma buoni. Un salto di qualità non indifferente e che fa ben sperare, soprattutto grazie a giocatori giovani al fianco di veterani come capitano Ghiraldini.

Questa storia ha ovviamente una morale. L’Italia non è stata perfetta e l’imperfezione è risaltata ancora di più dopo essersi misurata con un colosso mondiale come gli All Blacks. Tuttavia, al di là dei punteggi e degli errori, ha saputo dire la sua. Ha saputo dire al tifo più attento che no, non è ancora ora di appendere al chiodo la palla ovale. La salita è lunga e ripida, ma la voglia di continuare a scalarla senza darsi per vinti c’è.


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