Didier Drogba, per amore del calcio e della Costa d’Avorio

L’attaccante che a 40 anni ha deciso di appendere gli scarpini al chiodo, è diventato un’icona nel suo paese, dove ha moltiplicato a più riprese gli appelli alla pace durante la crisi politico-militare. 

Non c’è alcun dubbio che Didier Drogba, che ha disputato il suo ultimo incontro professionistico giovedì 8 novembre con i Phoenix Rising FC, resterà uno dei migliori attaccanti della storia del calcio africano e internazionale. Il giocatore, che ha deciso di dire basta col calcio giocato a 40 anni, lascia dietro sé l’immagine di un professionista esemplare, oltre che di un uomo di pace e dialogo, come dimostrato in occasione dei conflitti che hanno devastato il suo paese, la Costa d’Avorio.

“Tutti i giovani giocatori che alleno sognano di diventare un giorno come lui. Porto spesso loro il suo esempio”, spiega Romaric N’Dri, ex compagno di Nazionale di Drogba e oggi allenatore della squadra B del ASEC Mimosas, a Abidjan. “Per il popolo ivoriano lui è un esempio, un idolo e perfino una leggenda…”, aggiunge soppesando le parole. Convocato per 106 volte in Nazionale tra il 2002 e il 2014, Drogba è il terzo giocatore ad aver collezionato più presenze per la Costa d’Avorio dopo Didier Zokora (121) e Kolo Touré (118). Il ragazzo del quartiere di Yopougon occupa invece la prima posizione nella speciale classifica dei goal segnati con la maglia del proprio paese (66).

L’idolo del Vélodrome

Nato nel 1978 da un padre impiegato di banca e una madre dattilografa, Drogba lascia a 5 anni la capitale economica ivoriana per partire alla volta della Francia, dove lo zio Michel Goba milita come calciatore tra i professionisti. Costretto a rientrare in patria dopo 3 anni per ragioni amministrative, il giovane Ivoriano riesce a tornare in Francia pochi mesi dopo. Genitori, fratelli e sorelle lo raggiungeranno nel 1991.

Prima di entrare nel centro di formazione del Le Mans nel 1997, dove un anno dopo firmerà il suo primo contratto pro, Drogba si forma nelle categorie giovanili di svariati club, da Dunkerque a Levallois, passando per Abbeville, Tourcoing e Vannes. Dopo essersi fatto notare a Guingamp (2002-2003), passa subito al Marsiglia dove una sola stagione gli è sufficiente per diventare l’idolo del Vélodrome.

Tuttavia è al Chelsea (2004-2012) che si consacrerà come uno dei migliori attaccanti al mondo. In Inghilterra vince il suo primo trofeo nel 2005. La stagione più prolifica è invece quella 2009/10 in cui segna 44 reti tra Nazionale e club. La vittoria della Champions League contro il Bayern nel 2012 resta uno dei punti più alti della sua carriera: l’Ivoriano dopo aver pareggiato negli ultimi minuti di gioco, mette a segno il rigore decisivo nella sequenza dei tiri dal dischetto.

Divenuto il primo giocatore africano ad aver segnato 100 reti in Premier League nel marzo 2012, lascia Londra per due anni di peregrinazioni in giro per il mondo che lo porteranno in Cina tra le fila dello Shanghaï Shenhua e a Istanbul al Galatasaray. Dopo il ritorno al Chelsea nella stagione 14/15, parte per il continente nord americano per giocatore prima nel Montréal Impact e poi nel Phoenix Rising FC, di cui detiene anche una quota azionaria, senza riuscire però ad arrochire il suo ricco palmarès.

“Ha saputo conquistare il cuore degli Ivoriani”

Molto legato al suo paese di origine, Drogba ha chiuso la propria esperienza con la Nazionale al termine del Mondiale del 2014 in Brasile senza essere riuscito a conquistare titoli, malgrado le due finali di Coppa d’Africa (CAN) disputate nel 2006 e nel 2010 e tre partecipazioni alla Coppa del mondo (2006, 2010 e 2014). Ha tuttavia “saputo conquistare il cuore degli Ivoriani e questo vale ben oltre qualsiasi trofeo”, riassume l’ex calciatore Issoumaïla Dao, oggi vice allenatore a Tolosa: “Per lui portare la maglia del proprio paese è sempre stato un onore. Ha un forte spirito patriottico e i successi ottenuti con i club in cui ha giocato (18 titoli) hanno permesso di far conoscere la Costa d’Avorio al mondo. Didier ha sempre dato tutto in campo e fuori ed è stato un vero capitano.”

“Parliamo di un grande professionista che si è sempre preso cura del proprio fisico prestando attenzione ai tempi di recupero e allo stile di vita. Oltre alle indiscusse qualità di calciatore, anche questo concorreva a renderlo un vero leader”, aggiunge Romaric N’Dri.

Nel settembre 2002, poco dopo la firma col Guingamp, risponde per la prima volta alla chiamata della sua Nazionale, scendendo in campo contro il Sudafrica a Abidjan. “Nonostante possedesse anche la nazionalità francese, non ha pensato neanche per un attimo di non giocare per il proprio paese di origine. Si è adattato presto al gruppo portando molto rispetto per le gerarchie dello spogliatoio,” ricorda Robert Nouzaret, C.T. degli Elefanti dal 2002 al 2004, che si è reso presto conto che quel ragazzo dal temperamento carismatico era nato per essere “leader di questa squadra”. “Carisma, personalità, professionalità e dedizione lo hanno reso un vero condottiero, nel senso buono del termine,” prosegue.

In Nazionale dove convivono tante personalità forti, Drogba si propone come un unificatore. “Didier è un federatore. Gli abbiamo chiesto molto, forse troppo. Probabilmente facevamo perfino troppo affidamento su di lui. Come in ogni squadra ci sono delle affinità, ma il pensiero di Didier era completamente rivolto verso la squadra”, riconosce l’ex portiere Gérard Gnanhouan.

La partita della “riconciliazione”

L’attaccamento per il calciatore di Abidjan al suo paese è simboleggiato da due fatti chiave. Il primo ha luogo nello spogliatoio dello stadio di Omdurman, nella periferia di Khartoum, dove la Costa d’Avorio grazie alla vittoria contro il Sudan si è appena qualificata per la prima Coppa del mondo della sua storia, nell’ottobre 2005. Mentre il suo paese è in piena guerra civile, Drogba afferra un microfono e fa una dichiarazione in diretta alla televisione ivoriana, circondato dai compagni di squadra, i quali pregheranno poi tutti assieme, cristiani e musulmani senza distinzioni.

“Ivoriani, Ivoriani, vi abbiamo dimostrato che tutta la popolazione della Costa d’Avorio può coesistere e giocare insieme per un obiettivo comune. Oggi ve lo chiediamo in ginocchio: un paese pieno di risorse e ricchezze come il nostro non può cedere alla guerra. Deponete le armi! Organizzate elezioni!”, implorò in quella circostanza.

Poi, una volta avviato il processo di pace, Drogba si reca nel marzo 2007 a Bouaké, la città dei ribelli. Lì, viene accolto da una folla in delirio e promette di tornare con la Nazionale. Il 6 luglio, gli Elefanti ricevono nella stessa città il Madagascar, in un match valevole per le qualificazioni alla Coppa d’Africa 2007 e Drogba, autore dell’ultima rete dell’incontro, mette il sigillo nel modo migliore alla “partita della riconciliazione”.

Questi due fatti purtroppo non eviteranno al paese di sprofondare nuovamente in un forte clima di violenza nel 2011. “Non ha mai voluto esprimersi a proposito del suo orientamento politico e ciò non può che rendergli onore”, afferma Issoumaïla Dao, “ciò non gli ha impedito di contribuire per alcuni anni alla pace nel paese. Per tutto ciò che ha fatto posso solo dire Chapeau!”

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FONTI:

Traduzione di Andrea Palazzeschi dell’articolo di Alexis Billebault “Didier Drogba, pour l’amour du football et de la Côte d’Ivoire” pubblicato il 20 novembre 2018 su Le Monde.

Link all’originale: https://lemde.fr/2R8Soum

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