Intervista ad Alessio Sakara: dalla gabbia al grande schermo. “Daje sempre”

Si avvicina parlando al telefono con un forte accento romanesco. Occhiali scuri, giubbino di pelle nero, barba da hipster. Una montagna di muscoli coperta di tatuaggi mi allunga la mano: “Piacere, Alessio Sakara”.

C.B. – “Sakara”, che cognome insolito. Hai origini straniere?

A.S. – Il mio cognome ha origini antichissime. Nell’antica Roma, dei legionari spagnoli si spinsero fino all’Egitto e conquistarono una zona del sud chiamata Saqqara, da cui deriva Sakara. Il mio soprannome, Legionarius, che ho anche tatuato sulla schiena, nasce proprio  dalla mia dinastia di antenati, che erano dei legionari. La mia catena di palestre si chiama Legio’s team, il nuovo marchio di attrezzatura sportiva di cui sarò ambasciatore si chiamerà Eracles, il mio primogenito si chiama Marco Valerio, come il militare e politico romano della Gens Valeria. Lo ammetto, sono un po’ fissato con Roma.

C.B. – In effetti il tuo aspetto da legionario romano ben si addice a un campione di MMA.

A.S. – Sì, ma l’apparenza inganna. Non ci crederai, ma io pratico anche yoga. Una volta sono stato a una lezione di yoga. Non appena sono entrato nella stanza, gli altri partecipanti, tutti sulla sessantina, mi hanno guardato con gli occhi sbarrati. Effettivamente non ti aspetteresti mai che un omone come me, con le orecchie rotte e tatuaggi dalla testa ai piedi, possa praticare questa disciplina. Ho pensato: “Se questa notte i ladri vanno a rubare a casa di uno di loro, indovina a chi daranno la colpa?”. Ma a me non importa, vado per la mia strada.

C.B. – Una strada che comincia da ragazzino. Raccontami la tua storia nelle MMA.

A.S. – Ho iniziato a fare MMA all’età di 17 anni. Venivo dalla boxe, il mio primo incontro risale a quando avevo 12 anni. Ma in quel momento della mia vita avevo bisogno di sfogarmi a 360 gradi. Quindi uno sport di combattimento in cui si potevano tirare calci, pugni e molto altro mi rappresentava di più. Al tempo le MMA non esistevano ancora in Italia, la gente guardava delle video cassette e definiva quello che vedeva “free fight” o “vale tudo”. È proprio guardando una VHS che mi sono appassionato. Mi piaceva anche il fatto che si combattesse in una gabbia e, ovviamente, mi allettava l’idea di andare in America e guadagnare di più che con la boxe.

C.B. – Sei il primo lottatore italiano ad essere entrato in UFC, in un periodo in cui era difficile farne parte. Come ti sei sentito ad avere questo privilegio? E che cosa ti spinge a continuare a praticare questo sport che, tra l’altro, ha un rischio di infortunio altissimo?

A.S. – Sì, al tempo era difficile entrare in UFC perché organizzavano eventi ogni 3-4 mesi. Oggi ne organizzano uno alla settimana, quindi servono più atleti, c’è meno selezione. Ma non mi è mai interessato essere il primo, mi interessa fare ciò che amo. E questo sport lo devi amare. Se lo fai per moda o altri motivi, prima o poi molli perché gli allenamenti sono duri. E i dolori e gli infortuni diventano difficili da digerire se non lo fai con passione. Al contrario, la mia passione mi spinge a volermi mettere alla prova e affrontare avversari sempre più forti.

C.B. – Sei anche uno degli atleti europei più longevi in UFC. Quale incontro ti è rimasto più impresso nell’arco della tua carriera? Quali sono state, invece, la sconfitta più amara e la vittoria più cara?

A.S. – L’ultimo che ho disputato a Roma per il Bellator 203 mi è rimasto impresso per l’accoglienza del pubblico. Era la prima volta che combattevo nella mia città quindi è stato il delirio. Un altro match che non dimenticherò mai è quello contro Chris Weidman, nel 2011: ci siamo devastati fisicamente. La sconfitta più amara è stata sicuramente quella contro Rafael Carvalho, l’anno scorso. Mi ero allenato per sei mesi e ho perso subito per KO, il mio primo KO. Non me l’aspettavo e ci sono rimasto davvero male. La vittoria più cara invece è stata quella con Joe Vedepo. Lui giocava in casa, era favorito, e invece l’ho mandato al tappeto con una “chicca” spettacolare in poco tempo.

C.B. – Alessio Sakara oggi è un uomo polivalente: atleta professionista  e personaggio del piccolo e grande schermo. Come concili queste due vite?

 A.S. – La maggior parte di ciò che faccio in televisione è registrato, quindi riesco a gestire il mio tempo abbastanza bene, anche se sono sempre di corsa. Il mio sport viene comunque prima di tutto. Mi alleno due volte al giorno. Quando combatto, mi alleno cinque o sei ore al giorno, quando non combatto, due o tre ore.

C.B. – Dall’anno scorso conduci il talent show Tú sí que vales assieme a Belén Rodriguez e Martín Castrogiovanni e solo nel 2018 hai recitato in ben due film. Che cosa ne pensi di queste esperienze?

A.S. – Tú sí que vales è un’esperienza unica perché vedi moltissimi talenti e ti stupisci ogni volta di quello che le persone riescono a fare con il loro corpo. Il cinema, invece, è bellissimo perché ti devi mettere sempre nei panni di personaggi diversi. Con Bisio, poi, mi sono divertito moltissimo. Ho anche alcune novità in vista…

C.B. – Ma ti senti più a tuo agio nella gabbia o sul palcoscenico?

A.S. – Sono a mio agio in entrambi i luoghi ma il mio habitat naturale è la gabbia perché mi piacciono le situazioni adrenaliniche. Ci sono comunque aspetti positivi e negativi dell’uno e dell’altro. Il lato peggiore del mio sport, per quanto mi riguarda, è la dieta, ma ormai ci sono abituato. Mentre il migliore è la possibilità di affrontare sempre atleti diversi e sfidare me stesso. Quanto al mondo dello spettacolo, a volte mi sento un po’ frenato perché, sai, noi romani abbiamo espressioni e battute colorite e in televisione mi devo un po’ trattenere. D’altra parte, però, ho la possibilità di far conoscere il mio sport.

C.B. – Tra allenamenti e registrazioni, però, non dimentichiamo che sei anche papà di due bellissimi bimbi. Come vivono l’essere figli di un grande campione sportivo e showman?

A.S. – Non sono mai a casa ma il tempo che dedico loro è tempo di qualità. Inoltre mi impegno a non fare pesare loro il  fatto di avere un papà famoso. In casa non espongo né trofei né mie fotografie, li tengo tutti in palestra, perché non voglio che si sentano oppressi dalla mia personalità. Non li incito nemmeno a seguire le mie orme nelle MMA. Non vorrei mai che praticassero uno sport devastante per il fisico solo per assomigliare al loro papà e non perché li appassiona. Preferisco incoraggiarli nelle loro inclinazioni: Leonida, per esempio, ha un vero talento per l’hip hop.

C.B. – Grazie, Alessio, sei davvero un esempio da seguire. Ti auguro il meglio per la tua carriera sportiva e cinematografica. Daje sempre.

A.S. – Daje sempre.

Il video saluto di Alessio Sakara a PalaSport 

Intervista a cura di Claudia Bondi

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