Warren Whiteley racconta la sua carriera: “Il rugby ha aiutato Mandela a unire il Sudafrica”

In ogni paese rappresentare la nazionale ha un significato diverso. Ogni squadra ha la propria identità. In Sudafrica in particolare essere uno degli Springboks ha un valore speciale

Il rugby non solo è lo sport nazionale ma ha anche un importante ruolo sociale ed ha contribuito a plasmare la nazione che è oggi. Warren Whiteley, il 58° capitano degli Springboks, dopo aver indossato la fascia per tutto il 2017, può confermarlo.

“In Sudafrica il sogno di ogni ragazzo è rappresentare il suo paese, specialmente nel rugby che è uno sport molto sentito. La storia della nostra nazione è molto legata al rugby per come ha contribuito all’unificazione del paese quando abbiamo vinto il mondiale nel 1995 durante la guida di Mandela – spiega – Far parte di tutto questo è incredibile. È qualcosa di molto speciale ed è un modo per mettersi in contatto con la gente di tutto il paese. È sorprendente che la maglia degli Springboks abbia diversi significati per ciascuno di noi ma allo stesso tempo ci unisca tutti come nazione. È per tutti noi un onore immenso”.

Whiteley non è un giocatore che spicca per il suo gioco particolarmente fisico, anche se l’altezza di 1.93 m e il peso di 100 kg parlano da sé sulla sua potenza. Anzi, è un giocatore molto versatile vista la sua stazza, eredità dei ruoli ricoperti all’inizio della sua carriera in apertura, centro o estremo.

“Ho iniziato a giocare a 6 anni – ricorda mentre racconta la propria carriera a La Nación – Sono cresciuto a Bluff, a Durban. Giocavo con i miei amici, scalzo, a scuola. Si cresce amando questo sport. Da giovane non mi immaginavo di giocare per gli Springboks ma ho sempre lavorato sodo e mi sento fortunato per aver potuto sfruttare le opportunità capitate lungo il mio percorso. Sono molto grato per avere la possibilità di continuare a portare il mio contributo agli Springboks, a questa squadra ed al mio paese”.

Proprio a Durban è avvenuto il suo rientro in nazionale dopo quasi un anno di stop per un infortunio che lo ha allontanato anche dal ruolo di capitano, oggi ricoperto da Siya Kolisi. Whiteley ha studiato alla Glenwood High School ed ha esordito negli Sharks, club di Durban. Tuttavia, passato un anno, non ha continuato a giocare in questa squadra ed ha dovuto abbandonare la sua terra natale. Dopo essere passato nei Kings, è arrivato nei Lions di cui è anche diventato capitano e che ha condotto a tre finali di seguito nel Super Rugby.

(Foto di Maximiliano Aceiton – tratta da www.flickr.com)

Quest’anno durante il Rugby Championship Whiteley, dopo la vittoria contro Los Pumas a Durban, era concentrato sulla rivincita contro la nazionale argentina a Mendoza. Una nazione contro cui aveva già giocato in passato, una con i Lions e l’altra con gli Springboks, venendo sempre sconfitto. Rivincita che, tuttavia, nemmeno questa volta è arrivata. “È molto diverso giocare in Sudafrica rispetto a giocare in Argentina – ammette –  Los Pumas giocano con molta passione ed orgoglio. Non si danno mai per vinti. È una squadra che può essere pericolosa in qualsiasi partita. Continuano a migliorare. So che gli ultimi risultati non danno loro giustizia, ma bisogna tener conto del fatto che sono l’unico paese che gioca con la stessa squadra sia nel Super Rugby che nel rugby internazionale. Il tempo di gioco accumulato da questi giocatori è enorme. È davvero tanto rugby”.

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L’Argentina, negli ultimi anni, ha deciso di non convocare giocatori che giocano all’estero. Una politica che prima apparteneva anche al Sudafrica, almeno fino all’arrivo del nuovo allenatore Rassie Erasmus. “Non so dire quale sia il modo migliore – commenta al riguardo – Per me, come giocatore, si è dei professionisti. Molti giocatori hanno una grossa visibilità giocando all’estero e ottengono dei contratti molto interessanti. Non ho la risposta giusta, non so quale sia la miglior opzione, ma per il momento il coach Rassie ha aperto le porte a tutti affinché possiamo avere la miglior squadra possibile per rappresentare il nostro paese. In Sudafrica molti giocatori giocano fuori dai nostri confini, ne abbiamo persi tanti, per cui dobbiamo sfruttare questa base di giocatori, almeno per il momento”.

Warren Whiteley è un fedele riflesso di cosa significhi essere uno Springbok.

Fonti

Traduzione e adattamento di Silvia Muzzupappa dell’articolo «Warren Whiteley: “El rugby ayudó a Mandela a unir a Sudáfrica”» pubblicato il 23/08/2018 da Alejo Miranda su «La Nación»

Link: Warren Whiteley: “El rugby ayudó a Mandela a unir a Sudáfrica”

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