Michael Carrick: “Depresso dopo la finale del 2009.” – Parte II

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Il suo resoconto della finale del 2009 ci fa capire quanto Carrick tenesse al suo lavoro. “Alcuni direbbero che deprimersi per una partita di calcio è esagerato,” scrive. “Io ero a pezzi. So che è da pazzi paragonare il calcio ad un lutto, ma dopo Roma mi sentivo così.”

Tagliato fuori all’inizio della nuova stagione, Carrick iniziò ad autoconvincersi che sarebbe stato venduto e che non l’avrebbero mai perdonato per quella palla consegnata al Barcellona in occasione del primo gol. Ferguson a malapena gli parlava, ricorda. “Ero in preda all’ansia.”

Non poteva parlarne con l’allenatore? “Non credevo servisse,” ammette. “In un certo senso, pensavo di doverne uscire da solo. Pensavo di non stare giocando bene, tutto qui. Non stavo male nella vita quotidiana, non rimanevo a letto con la gente che mi doveva trascinare fuori, niente di tutto questo. Non si notava, penso che in allenamento pensassero solo “Ma come gioca questo?” Avevo la testa da tutt’altra parte, volevo solo giocare bene e vincere per provare di nuovo quella bella sensazione.”

Ferguson non lo sapeva, e chissà come avrebbe reagito. “Probabilmente, come tutti gli altri avrebbe pensato “Ah, ecco perché”. Non che lo temessi, o almeno non consapevolmente. È una figura paterna, si è visto in diverse occasioni. Ronaldo, per esempio, ha raccontato che l’allenatore lo aiutò moltissimo dopo la morte del padre.” In ogni caso, Carrick racconta di aver voluto soltanto ricominciare a giocare per uscirne da solo. “Non ho mai pensato di parlare con qualcuno in società,” ribadisce.

Ma nemmeno alla Football Association quando giocava in nazionale. “In Sud Africa fu terribile,” ricorda così i Mondiali del 2010. “Non volevo nemmeno essere lì, chiamavo Lisa per dirle di voler tornare a casa. Non che l’avrei fatto veramente, ma mi sentivo così. Io non mi sarei mai scelto, non meritavo la convocazione. Ero lì e pensavo: “Vado ai Mondiali con l’Inghilterra ma non voglio né me lo merito – perché [Capello] mi ha convocato?”

Come allenatore, Carrick spera di essere in grado di individuare eventuali sintomi in un giocatore, pur ammettendo che lui non aveva fatto capire niente. “Fortunatamente, al giorno d’oggi se ne parla di più,” commenta. “Speriamo che chi soffre abbia il coraggio di aprirsi sapendo che non verrà giudicato e che la carriera non ne risentirà. Dal canto mio, potrei parlare con il giocatore e spiegargli cosa mi è successo e come mi sentivo io. Potrei essere d’aiuto in questo senso.”

È il classico calo di fiducia dei giocatori fuori forma: pioggia di critiche e cambia l’intero atteggiamento. “Si è visto centinaia di volte,” conclude Carrick. “È difficile capire veramente che cosa passi loro per la testa.”

Fonti

Traduzione di Alice Bortolosso dell’articolo Michael Carrick: ‘Depression over a game sounds extreme but I felt in a very dark place’, pubblicato sul Guardian il 12/10/2018.

Link all’originale: https://bit.ly/2OS7lDb

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