Michael Carrick: “Depresso dopo la finale del 2009.” – Parte I

L’ex capitano del Manchester United, attualmente vice di Mourinho, ha parlato del senso di colpa che si è portato dentro dopo la finale di Champions League del 2009, come aiutare i giovani in difficoltà e le sfuriate nello spogliatoio.

Michael Carrick ricorda il primo incontro con Sir Alex Ferguson allo United, ammettendo di non aver fatto esattamente una buona impressione. Era appena arrivato dal Tottenham: Ferguson gli passò la maglia numero 16 appartenuta a Roy Keane e iniziò un lungo discorso di benvenuto. “Al Manchester United siamo abituati a vincere, mi spiego? Osservano ogni tua mossa, quando giochi per noi vieni visto diversamente. Tutti ti vogliono battere, tutti vogliono un pezzo di te, tutti ti criticano, tutti ti danno la caccia.” Carrick si guardava intorno cercando di non perdersi nemmeno un dettaglio. “Come al Chelsea?” chiese. Dodici anni più tardi, non riesce a nascondere una smorfia. Ferguson si irrigidì: “No, siamo il Manchester United. Non siamo come gli altri.” Carrick si rese subito conto di aver detto la cosa sbagliata e nel corso degli anni comprese a pieno quelle parole.

Ad Old Trafford ha vinto sei Premier, una FA Cup, una Champions League, un’Europa League e tre Coppe di Lega. Attualmente fa da vice e, probabilmente, anche da poliziotto buono al poliziotto cattivo Mourinho. Dopotutto, è stato per più di un decennio un membro importante dello spogliatoio. La sua autobiografia, Between the Lines, che si traduce ‘tra le linee’, consolida l’impressione che molti hanno di lui: un uomo intelligente e rispettoso che un giorno potrà diventare un grande allenatore.

Qualche tempo fa, Carrick sarebbe stato giudicato troppo mite per il mestiere di allenatore. Oggi, essere una brava persona è considerata una qualità e non più un impedimento. Jamie Redknapp, ex compagno di Nazionale, ha dichiarato recentemente che l’allenatore moderno deve essere amico dei giocatori, un aspetto che Carrick comprende a pieno. “Il mondo sta cambiando,” afferma. “E non mi riferisco soltanto al gioco. Penso che un buon allenatore o dirigente debba capire come rivolgersi ai vari giocatori. Alcuni reagiscono bene a una sfuriata, io non ero uno di questi. Parlando da allenatore, lo farei se necessario, ma sempre coerentemente. Non inizierei a gridare come un invasato lanciando cose in giro.”

Michael Carrick e José Mourinho danno indicazioni a Romelu Lukaku e Paul Pogba durante il pareggio contro il Valencia in Champions League. Fotografo: Phil Noble/Reuters

Carrick sembra più un tipo da pacca sulla spalla, e può testimoniare in prima persona che i più giovani hanno tutto il diritto di sbagliare. Ricorda i primi tempi da professionista al West Ham, quando spese £45.000 per una Dodge Viper, “una bestia di auto”, che guidava orgoglioso fino al centro sportivo di Chadwell Heath. “Pensavo di fare una bella figura a presentarmi con quell’auto nuova fiammante con tanto di striscia arancione sul cofano. Un giorno accanto a me accostò Tony Carr, (il responsabile del settore giovanile del West Ham). Non aprì bocca, ma sotto il suo sguardo di disappunto mi sentii una nullità. Pensai “Ma cosa diamine sto facendo?”

Carrick diede via l’auto alla prima occasione per £30.000. “È normale che i ragazzi commettano qualche errore, con quello stile di vita e le auto che guidano,” continua. “Soltanto perché vengono messi su un piedistallo all’età di 19 o 20 anni, non significa che siano più adulti e più maturi. Sono pur sempre dei ragazzini. E visto il mio passato con quella Viper, non è il caso che sia troppo duro con loro…”

Ha scritto questo libro per guardare al passato con orgoglio, insieme alla propria famiglia. “Non l’ho fatto per attirare l’attenzione,” afferma. “Voglio raccontare la mia storia al di là dei vari Abbiamo giocato bene sabato, abbiamo vinto 3-1. La motivazione principale era questa, perché ci sono cose che nessuno sa di me.”

Carrick parla con schiettezza di come la pressione che si prova in una squadra esigente come lo United lo abbia influenzato in occasione della sconfitta contro il Barcellona in finale di Champions, quando si sentì responsabile della disfatta e cadde in depressione. “Cercavo di far finta di niente. Mia moglie Lisa lo sapeva, così come i miei genitori e probabilmente mio fratello Graham, a cui bastò vedermi per capire che qualcosa non andava. Non lo sapeva nessun altro, lo scoprono solo ora anche allo United. Sono fatto così, sono piuttosto riservato e mi tengo dentro tutto. Cerco di risolvere le cose e, forse sbagliando, lasciarmele alle spalle.”

Forse se ne avesse parlato con qualcuno, ne sarebbe uscito più velocemente o comunque si sarebbe sentito meglio. Ma non l’ha fatto.

Fonti

Traduzione di Alice Bortolosso dell’articolo Michael Carrick: ‘Depression over a game sounds extreme but I felt in a very dark place’, pubblicato sul Guardian il 12/10/2018.

Link all’originale: https://bit.ly/2OS7lDb

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *