Gli All Blacks fanno dello sport un’arte

Il giocatore di basket Juan Ignacio «Pepe» Sánchez ha trovato una frase perfetta per definire il suo geniale collega Manu Ginóbili: «Lui cambia il paesaggio. Il resto di noi è il paesaggio». Lo stesso si può dire degli All Blacks.

(Foto di www.davidmolloyphotography.com from Sydney, Australia – Tratta da wikipedia.org)

Gli inglesi hanno inventato il gioco del rugby e sono quelli che hanno più risorse economiche, gli australiani sono i migliori per tattiche e strategie, i sudafricani sono i più forti, i gallesi, gli irlandesi, gli scozzesi e gli argentini sono sinonimi di dedizione. Ma tutte queste squadre fanno parte del paesaggio: quelli che lo cambiano sono i neozelandesi. Uno dei loro grandi segreti è la passione per il rugby che vive nel paese dei pluricampioni del mondo. Come una volta lo definì l’ex All Blacks Michael Jones, straordinaria terza linea degli anni ‘70 e ‘80: «In Nuova Zelanda crescere giocando a rugby è come una missione».

Los Pumas l’8 settembre scorso hanno avuto l’onore di affrontarli per la dodicesima volta dal 2011 a Nelson, dopo essersi scontrati 2 volte per la Coppa del Mondo e 10 per il Rugby Championship. Una partita giocata dopo due superbe dimostrazioni degli All Blacks, entrambe contro i Wallabies. Chi non li ha visti si prenda 80 minuti per vedere come lo sport si trasforma in arte. Perché questo è ciò che fanno i neozelandesi, conquistando l’ovale, correndo in avanti e passandosi la palla in tutti i modi possibili. Pazzia in ogni passaggio. Bellezza in ogni movimento.

Tutto questo, ovviamente, non nasce dal nulla. La Nuova Zelanda vanta la miglior organizzazione nel mondo del rugby attuale. Sono diversi i gradi che stanno alla base della piramide sulla cui cima si trovano gli All Blacks: scuole, club, accademie, franchigie, nazionale. Uomini e donne non solo giocano a rugby fin dall’infanzia, ma lo sentono nell’anima. E ciò che gli viene detto fin dall’inizio, ben prima di entrare in una palestra, è la parola «skills», ovvero abilità. Nessuno salta i gradini della piramide, non esistono individui onnipotenti, né ci sono conflitti di interessi negli affari. Altri stati affamati di rugby come l’Argentina, prima di non voler chiamare giocatori dall’estero se proprio vogliono copiare in qualcosa gli All Blacks dovrebbero guardare di più a questo aspetto. Ma è vero anche che il rugby argentino vive in Argentina e non in un altro paese, così come vale per tutti.

La passione già scorre nelle vene, come detto prima, ma ad alti livelli gli All Blacks lavorano specialmente sul piano mentale. In Gilbert Enoka, manager dell’area leadership e mental skills, hanno qualcuno che fa loro da bussola. «La nostra mente è abbastanza difficile da controllare – dice Enoka per esempio – Quando la lasciamo libera di viaggiare entra in uno stato in cui cerca di risolvere problemi e di rilevare minacce, che può portare all’ansia».

Dopo il ritiro di Wayne Smith l’anno scorso, Enoka si è affermato come l’uomo più influente negli All Blacks, persino quanto l’head coach Steve Hansen. Enoka, che non ha mai giocato a rugby, che pratica Bikram Yoga (con 42 gradi per 90 minuti) e che si rilassa ascoltando «I started a joke» dei Bee Gees, porta ai giocatori l’eredità maori e la pietra miliare della sua filosofia: «La squadra si eleva al di sopra dell’individuo».

Gli All Blacks sono umani e per questo non sono imbattibili. Los Pumas ci hanno provato ancora una volta. Era l’unica vittoria rimasta da ottenere e certamente la più complicata di tutte. Ma anche gli argentini giocano con passione perché la portano dai propri club. Anche se lo scorso 8 settembre non ci sono riusciti, un giorno ce la faranno. In ogni caso abbiamo visto e ci siamo goduti il gioco della squadra argentina con coloro che cambiano il paesaggio, che fanno dello sport un’arte. E del rugby una religione.

 

Fonti

Traduzione di Silvia Muzzupappa dell’articolo «Los All Blacks hacen del deporte un arte» pubblicato il 5/09/2018 da Jorge Búsico su «La Nación»

Link: Los All Blacks hacen del deporte un arte

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