L’Editoriale del Bar Sport: geografia politica della Nazionale Italiana di calcio

L’Italia delle province comanda in Nazionale.

L’altra sera Italia e Polonia si sono incontrate, decretando la vittoria 0-1 degli azzurri con un gol di Biraghi su assist di Lasagna. Appare chiaro che questa nazionale, già migliore di quella di Ventura e pur per la responsabilità che sente oggi di avere abbia un qualcosa di diverso, datogli dai giocatori, ma in primis dalle scelte dell’allenatore.

L’eredità di Conte

L’ultima volta, nel dopo Lippi, è stato proprio Antonio Conte a dare la scossa necessaria ai nostri giocatori in Nazionale. Il tecnico leccese è stato in grado di dare forma a una massa senza alcuna particolare brillantezza. Pellé, Candreva e Giaccherini furono i giocatori a esibirsi come migliori, e questo la dice lunga sulla nostra condizione all’epoca. La carica agonistica di Mister Conte è innegabilmente uno dei migliori strumenti per rivitalizzare un essere umano spento e depresso, avvilito dall’impasse esistenziale e poi psico-fisico in cui si trova, dacché, come dimostra la lusinghiera uscita con la Germania (ai rigori, 6-5, senza nemmeno troppo demeritare), quell’Italia, oggettivamente scarsa dal punto di vista tecnico, vitale (età media molto alta) e fantasioso, era riuscita nell’impresa di battere due formazioni molto più accreditate come Belgio e Spagna, entrambe per 2-0 e in modo abbastanza netto.

La signorile tranquillità di Jesi

L’unicità di Conte, e con essa la finalità del suo ingaggio, sta proprio nell’essere il perfetto uomo ‘ponte’ tra le macerie di una crisi come tutte le crisi, solitamente, avvenuta dopo una dura separazione e lo scalino verso un nuovo, radioso successo. Era chiaro, dunque, che per passare allo step successivo, il migliore senza nemmeno pensare a Ventura, che qualcuno ha comunque giustificato servisse una certa bravura nell’educazione.

Mancini non appare come l’uomo più tosto del mondo. Sembra anzi, il più delle volte, un uomo serafico, molto elegante leggermente turbato all’interno. Lungo la sua carriera l’allenatore marchigiano ha dimostrato di essere molto morigerato nelle scelte, quando rischiare, quando non rischiare. Non è l’emblema della forza mediatica, ma Roberto Mancini è in qualche modo un allenatore perfetto per questo tipo di transizione: è in quel mezzo tra l’essere dirompente, come Conte, e l’essere invisibile. Viene rispettato da tutti, pur non assomigliando minimamente a un egocentrico che grida alla scena.

L’ex gioventù

Appare ora chiaro, dunque, che con l’inserimento di gente evidentemente più entusiasmante come Chiesa, Bernardeschi, Barella e Lazzarri, per citare le new entries, la freschezza sia aumentata a dismisura. Oltre ad un bravo “padre” come Mancini, severo ma in fondo buono, che sai ti lascerà spazio, ti darà fiducia, serve la carne da mettere sulla griglia. Il problema e pregio di questa Nazionale sta proprio nella miriade di “ex giovani” che hanno tutti un po’ l’aura di Under21 dal sogno interrotto.

MILAN, ITALY – SEPTEMBER 10: Ivan Perisic of FC Internazionale (R) competes for the ball with Manuel Lazzari of Spal during the Serie A match between FC Internazionale and Spal at Stadio Giuseppe Meazza on September 10, 2017 in Milan, Italy. (Photo by Marco Luzzani – Inter/Inter via Getty Images)

 

La periferia, Napoli capitale, Pescara
Easter egg.

Gli esempi di oggi vengono quasi tutti piuttosto da inserimenti eccezionali a livello selvatico, non sistematico-educativo. Si tratta di applicazione ferrea ma non strutturale, non dunque di specie cresciute in una sorta di ecosistema perfetto.
Il più forte di tutti, da questo punto di vista, sembra essere Lorenzo Insigne. Il 24 del Napoli, 27 anni, è cresciuto a Frattamaggiore, vicino Napoli. È stato sotto l’ala esperta di Zeman (che si può criticare per tutti i motivi che si vogliono) che è sbocciato fino a diventare papabile per una squadra di Serie A, pur con tantissimo lavoro e fatica.

 

PESCARA, ITALY – MAY 01: Lorenzo Insigne (3rd L) of Pescara celebrates after scoring the opening goal during the Serie B match between Pescara Calcio and Vicenza Calcio at Adriatico Stadium on May 1, 2012 in Pescara, Italy. (Photo by Giuseppe Bellini/Getty Images).
“Il Pescara delle meraviglie!”

A lui segue Immobile, altro pupillo di quel Pescara dei sogni, altro napoletano, ma non Napoli città. Ciruzzo è di Torre Annunziata. L’altro grande, emigrato però, invece a Pescara c’è nato, e col nome di Marco Verratti. All’allegra compagnia, stavolta però sotto i dettami di Oddo, si aggiunge Biraghi, lui invece di Cernusco, vicino Milano, non Milano-Milano, che si forma anche lui al Pescara. Oddo, ex-giocatore di provincia (e secondo me altro bravissimo allenatore), affermatosi alla Lazio e poi al Milan, è anche lui stesso pescarese.

Insieme a Zaccardo, Grosso e Barzagli, Oddo è l’ultimo ad aver composto proprio lo storico team di giocatori “periferici” della Nazionale. Attorno Napoli, oltre a Insigne e Immobile, nascono Quagliarella e Di Natale. Campani sono anche i genitori di Soriano, come si legge in questo articolo. https://sport.leggo.it/calcio/pelle_bonucci_conte-953149.html

 

 

Napoli, quartiere Forcella. @GettyImages
Uscire dal declino

Sul filone della periferia e delle ‘eccezioni’ della provincia, è più facile comprendere il declino dei nostri calci. Nelle varie zone di influenza maggiori, Lazio, Emilia-Romagna, Toscana, Veneto e Lombardia, è lì che la pluralità del nostro potenziale si è spenta. Il brulicare continuo, l’incredibile numero di giocatori di qualità con estrema competizione e la sovrabbondanza di scelta hanno smesso di esistere e si è giunti a cercare la serra in grado di dare piccoli, succosi frutti.

Kevin Lasagna con la maglia dell’Udinese. Flavio Salvatori/Getty Images

Attingere dai giovani non più giovani ma ancora giovani, dalla provincia, dal Sud, dal calcio “fortunato” di qualche vate, porta a trovare le eccezioni. Le scelte ricadono su fortunati esiti dovuti a gavetta e tanta speranza. Simone Verdi, Domenico Berardi, Soriano, Sansone, Lazzari, altri ancora. La lotta inizia dai piani bassi, e l‘eccezione, inizia dalla provincia. Di Mancini, marchigiano, di Jesi, di Conte, leccese, di Lasagna, Suzzara, Mantova. Un altro che, buttato nella mischia, non più Under 21, ma ancora giovane, ha dimostrato di saper fare. E che magari questo non si dimostri il metodo migliore. Buttarci, buttare la gioventù periferica oltre l’ostacolo, rischiare.

 

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