Il superlativo finale

A 38 anni, lo spagnolo Alejandro Valverde ha conquistato il mondiale più impegnativo di sempre a Innsbruck. La sua carriera riflette luci ed ombre del ciclismo.

La corsa dei superlativi

Gli organizzatori del mondiale volevano una corsa da record: alla fine, il loro desiderio si è realizzato. La prova su strada maschile si è rivelata un evento memorabile, con molte sconfitte personali, numerosi spettatori, un crescendo pazzesco e un vincitore, la cui carriera rappresenta entrambe le facce del ciclismo, con i suoi lati positivi e negativi.

La scorsa domenica, lo spagnolo Alejandro Valverde si è distinto nuovamente in positivo. Dopo una gara tatticamente intelligente, ha fatto valere le sue doti da scalatore sull’Höttinger Höll, la salita finale con il 28,5% di pendenza. Grazie alla sua esperienza, infatti, aveva più chance di arrivare primo rispetto ai rivali. Nonostante i suoi 38 anni, nello sprint finale di questa corsa estremamente impegnativa, Valverde ha avuto più energie, sbarrando abilmente la strada all’olandese Tom Dumoulin, che, in quanto cronoman, ha dovuto anticipare l’attacco dalla quarta posizione, vista la sua scarsa attitudine alle volate.

Valverde ha nettamente prevalso allo sprint, assicurandosi il titolo davanti al francese Romain Bardet (medaglia d’argento) e al canadese Michael Woods. “Questo è l’obiettivo che ho rincorso da sempre”, ha dichiarato Valverde dopo la gara. Tra i corridori tedeschi ancora in gara, Emanuel Buchmann ha alzato bandiera bianca all’imbocco della salita dell’Höll, mentre Simon Geschke si è piazzato al ventiquattresimo posto.

Gli organizzatori austriaci e dell’Unione Ciclistica Internazionale (UCI) avevano usato tanti superlativi. Sarebbe stata la corsa più variegata, la più lunga, la più spettacolare e, alla fine, la più brutale per i partecipanti. Quindi risulta forse coerente il fatto che Valverde, il vincitore, appartenga a una generazione che ha segnato anche le pagine meno gloriose del ciclismo.

 

Highway to Höll: il mondiale di Innsbruck si è deciso sulle rampe infernali dell’ultima salita.

Una carriera con luci e ombre

La sua carriera da professionista è iniziata nel 2002. Originario della regione di Murcia, il corridore ha conquistato numerose diverse vittorie nelle grandi corse a tappe; nel 2009 ha vinto la Vuelta e, in seguito, cinque medaglie nei mondiali su strada, ma mai l’oro. Tra il 2009 e il 2011 ha dovuto però scontare una squalifica, poiché era stato travolto anche lui dallo scandalo Epo scoppiato attorno al medico spagnolo Eufemiano Fuentes. Valverde aveva negato il suo coinvolgimento, dichiarando che il nome in codice “Valv-Piti” facesse riferimento a qualcun altro (nonostante il suo cane si chiamasse proprio Piti). I tribunali dello sport, però, non gli hanno creduto.

Da allora sono passati più di dieci anni, e nel frattempo c’è una nuova generazione a rappresentare il ciclismo. Quest’ultima conta molti atleti, tra i quali il quarto classificato Tom Dumoulin, che affrontano apertamente il problema del doping e che prima o poi sperano di poterselo lasciare alle spalle. Quando domenica, intorno alle 09:30 del mattino, la “corsa dei superlativi” di Innsbruck ha preso il via da Kufstein, molti esponenti di questa giovane generazione figuravano tra i favoriti: il francese Julian Alaphilippe, ma anche lo sloveno Primoz Roglic o la coppia di gemelli britannici Simon e Adam Yates.

Il gruppo attraversa il centro storico di Innsbruck. © George Marshall

Lo svolgimento della gara

Come da pronostico, la corsa è iniziata a ritmi moderati senza riservare particolari sorprese. Poco dopo, alcuni corridori sono andati in fuga, ma questo non ha disturbato nessuno nel gruppo degli inseguitori, motivo per cui hanno lasciato un ampio vantaggio ai fuggitivi. Siccome nessuno di questi possedeva doti da scalatore, sono stati concessi loro fino a venti minuti di margine, poco importava. Il sole illuminava la valle dell’Inn e, secondo alcune stime, a bordo strada erano presenti fino a 200.000 spettatori, la maggior parte dei quali aveva intuito che sarebbero dovute passare molte ore dall’inizio della gara prima che succedesse qualcosa di decisivo.

Dopo sei dei sette giri previsti sul circuito di montagna, con 500 metri di dislivello ciascuno, tutti i fuggitivi erano stati ripresi. In testa al gruppo si sono verificati diversi scatti e tentativi di fuga inutili, che hanno richiesto energie, ma non hanno portato a niente. L’aumento di ritmo ha però mietuto vittime illustri, la già preannunciata lotta per la sopravvivenza era in pieno svolgimento. Lo slovacco Peter Sagan, campione del mondo in carica, è stato il primo a gettare la spugna. Lo stesso è successo più tardi ad alcuni dei favoriti, tra cui Simon Yates (vincitore dell’ultima Vuelta), lo sloveno Roglic, Vincenzo Nibali e in seguito perfino a Julian Alaphilippe.

E poi tutti i corridori si sono lanciati su per la salita dell’Höll, la montagna sulle cui pendici i ciclisti amatoriali scendono dalla bici o stramazzano a terra. Molti corridori hanno perso terreno e alla fine sono rimasti soltanto Bardet e Woods, l’italiano Gianni Moscon e Dumoulin, ricomparso all’improvviso. E naturalmente lo spagnolo Valverde, che fra alti e bassi ne ha passate tante, ma che a 38 anni ha dimostrato di poter ancora competere con corridori più giovani come lui stesso ha dichiarato: “il mio grande sogno”.

 

Fonti

Traduzione di Mattia Brizzi dell’articolo “Der letzte Superlativ” pubblicato su “Süddeutsche Zeitung” il 30/09/2018.

Link all’originale: https://bit.ly/2O2GhSd

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