Referendum catalano: conteso tra varie correnti politiche, l’Espanyol gioca la carta dell’apoliticità

Se il Barcellona si è immediatamente espresso in maniera chiara sul referendum catalano del 1 ottobre, i cugini dell’Espanyol hanno tenuto fede alla loro neutralità politica. Tuttavia sugli spalti Los Pericos si confrontano con sensibilità differenti.

In Catalogna la scottante questione dell’indipendenza scuote tutta una società, arrivando fino alle gradinate degli stadi, dove la dimensione sociale occupa – non me ne vogliano certi – una posizione preponderante. Dal versante dell’Espanyol, l'”altra” squadra di Barcellona, la tradizione vuole che si lasci fuori dal tempio del tifo qualsivoglia velleità politica. Questa neutralità di facciata nasconde in realtà opinioni discordanti tra gli abbonati del club, che vanno dagli indipendentisti agli ultranazionalisti, passando per gli unionisti che parteggiano per una Catalogna integralmente spagnola.

Una volta che il Barça si è fatto portavoce dell’identità catalana, nell’immaginario collettivo c’è stata la tendenza ad associare automaticamente l’Espanyol al pensiero patriottico. “Al momento dell’ascesa del nazionalismo catalano, la squadra è stata etichettata come il «nemico interno», rappresentante il potere spagnolo in seno alla Catalogna,” scrive Ramon Spaaij, autore di Understanding Football Hooliganism. Ma alla base della rivalità ci sono ragioni più complesse: in origine il Barcellona era  la squadra degli stranieri di confessione protestante, proprio come il suo fondatore Hans Gamper, mentre l’Espanyol raggruppava gli atleti nazionali cattolici. “Durante la dittatura di Primo de Ribera negli anni ’20, il Barça si è naturalmente identificato con i Catalani repressi, mentre i rivali cittadini sostenevano implicitamente la dittatura,” racconta Carles Feixa, antropologo dello sport e professore all’università di Lleida. “Sotto Franco sono proseguite queste diverse identificazioni e il club è diventato l’istituzione dei Catalani che si sentivano spagnoli, provenendo dalla borghesia conservatrice o dall’immigrazione dal continente.” La storia del club lo porta dunque a essere assimilato alla Spagna – come lo stesso nome del club indica – e alle posizioni unioniste. Tuttavia sulle tribune non tutti condividono questo pensiero e il referendum del 1 ottobre serve da cartina tornasole delle varie sfaccettature politiche.

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“No alla politicizzazione del club. L’Espanyol è di tutti”. Striscione esposto all’Estadio Cornellà-El Prat, casa dell’Espanyol.

«Nient’altro che un club sportivo»

“L’istituzione è per storia e fondazione catalana, ma ciò non significa certo che debba impegnarsi in favore dell’indipendenza,” avverte Robert Hernando, in passato membro del CdA dell’Espanyol. Tanto più poiché tra i tifosi regnano le opinioni più disparate in materia. Adrià Martinez, abbonato dal 1998, si mostra concorde su questo punto: “Allo stadio puoi vedere persone che sventolano ogni tipo di bandiera: indipendendista, spagnola, catalana…” Per non urtare la sensibilità di nessuno l’Espanyol gioca dunque la carta dell’apoliticità. Una decisione che rispecchia a pieno il DNA del club e il suo motto «solo un club deportivo, el deporte es tu unico objetivo» (nient’altro che un club sportivo, lo sport è il tuo unico obiettivo, ndt). “Il club, in quanto istituzione, non può prendere posizione in favore di una determinata ideologia politica, perché altrimenti tutte le altre si sentirebbero in questo modo tradite,” prosegue Robert Hernando. In questi ultimi anni l’Espanyol ha tuttavia difeso la facoltà di decidere della popolazione catalana, senza comunque schierarsi in favore dell’indipendenza o dell’unione con la Spagna. Ma il 1 ottobre scorso, quando il Barça prendeva immediatamente posizione sul referendum e gli atti violenti della polizia, i cugini sono rimasti in silenzio.

La sera del 1 ottobre, dopo il silenzio della dirigenza dell’Espanyol sulla questione referendum, il capitano della squadra David Lopez ha preso la parola a margine della sconfitta per 2 a 0 contro il Real Madrid, per denunciare le violenza della polizia: “È stato oltrepassato ogni limite. Mi fa male vedere persone pacifiche che vengono aggredite. Spero vengano presi provvedimenti per quanto accaduto.” Sarà necessario attendere il 3 ottobre perché il club rilasci un comunicato ufficiale per invocare la “pace sociale” in Catalogna.

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Alcuni tifosi del Barcellona sventolano bandiere catalane e invocano a gran voce l’indipendenza dalla Spagna

L’apoliticismo storico di cui si vanta il club fa il gioco dell’attuale presidenza

Ebbene: il mutismo è apparso, per alcuni, come un messaggio politico. “Il fatto che l’Espanyol sia rimasto neutrale ha soddisfatto gli unionisti, mentre gli indipendentisti hanno esternato il loro malcontento,” spiega Roman Martinez, giornalista del quotidiano catalano l’Esportiu. “Il silenzio del club è stato interpretato come un ammiccamento agli unionisti.” Una petizione è stata quindi lanciata per chiedere all’Espanyol di prendere posizione a proposito delle violenze della polizia e di difendere dei “diritti democratici inalienabili.” In risposta, il club ha diramato un tiepido comunicato per rimarcare una volta di più la propria posizione neutrale sulla questione indipendentista. E a buon diritto: da novembre 2015, l’80% dell’Espanyol è nelle mani di Chen Yansheng, investitore cinese molto poco presente nella società dei “Parrocchetti”che ha messo dei familiari in dirigenza. Ma questi ultimi, che si trovano scombussolati dal marasma autunnale catalano, non hanno la minima intenzione di immischiarsi nel dibattito. In realtà dunque l’apoliticità storica di cui si fregia la squadra fa il gioco dell’attuale presidenza.

“Tutti i club catalani si sono espressi, mentre noi siamo rimasti nascosti”

Ma per Gabriel, tifoso indipendentista, il silenzio del club fa correre un rischio più grave: quello di far rinascere una frangia di estrema destra sulle tribune dello stadio Cornellà-El Prat. “Qualche anno fa erano stati sradicati i gruppi più violenti. Oggi la posizione del club rispetto al contesto sociale di paese e regione ha ridato vigore alla destra estremista. Se l’Espanyol non cambia il proprio atteggiamento, finirà per contribuire alla creazione di una nuova Catalogna composta da gruppi fascisti che non rispecchiano inoltre i colori del club e che non apprezzano particolarmente il calcio.” In occasione della sfida contro il Levante dello scorso 13 ottobre, l’iniziativa di alcuni gruppi di tifosi unionisti di invitare membri della polizia e della Guardia Civil allo stadio ha fatto mormorare molti dei presenti sugli spalti. “Una barbarie,” commenta un aficionado che ha voluto mantenere l’anonimato. “La Guardia Civil ha picchiato le nostre famiglia per il semplice fatto di aver deposto una scheda in un’urna, ovvero per aver compiuto un atto pienamente democratico. Quelli che li hanno invitati non fanno altro che scavare ogni giorno di più la fossa del club utilizzandolo per seminare  le loro idee fasciste.” Tifoso della squadra da 25 anni e abbonato ad intermittenza, questo Catalano ha più volte pensato di stracciare il proprio abbonamento e abbandonare il club. “L’Espanyol che è stato a lungo criticato dai media e dagli altri club catalani, aveva per una volta l’occasione giusta di ridare lustro alla propria immagine e dimostrare il proprio essere catalano deprecando e condannando le violenze. Tutti i club catalani si sono espressi, mentre noi siamo rimasti nascosti.”

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Un’immagine del derby catalano tra Barcellona ed Espanyol

Il Barça non si è risparmiato

Attenzione però a non confondersi: per quanto le altre squadre catalane sembrino più a loro agio nell’esprimersi circa il dibattito sull’autodeterminazione, anche queste  devono confrontarsi a loro a volta con una pluralità di opinioni. E il Barça non fa eccezione. Anche se la posizione del club sul tema è stata sempre molto chiara, la spinosa questione indipendentista li obbliga comunque ad andarci con i piedi di piombo. “Il weekend del referendum, la Liga aveva suggerito ai Blaugrana di giocare il 30 settembre e non il 1 ottobre per evitare lo stadio a porte chiuse. Proposta declinata però dalla direzione del club per timore che questa venisse malinterpretata,” racconta Roman Martinez. Ciò denota quanto anche al Camp Nou si abbia a che fare con sensibilità differenti. Malgrado i ruoli assunti da Piqué e Sergi Roberto, voti alla mano, il Barça non si riassume a un’entità che milita per l’indipendenza. “È vero, certo, una parte degli ultras dell’Espanyol parteggia per l’estrema destra. Ma anche il Barcellona ha i suoi Boixos Nois (Ragazzi pazzi in catalano, n.d.t.). I due club hanno origini ed evoluzioni diverse, ma il loro zoccolo sociale non è così dissimile oggi,” confessa Carles Feixa. “Vi sono posizioni differenti che riflettono tuttavia la società catalana, divisa sulla questione dell’indipendenza e dell’autodeterminazione.”

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1 ottobre 2017. Una paradossale immagine che mostra gli spalti deserti del Camp Nou di Barcellona in occasione del match di campionato tra i Blaugrana padroni di casa e il Las Palmas
Fonti
Traduzione: Andrea Palazzeschi
Giornale: France Football
Titolo: Référendum catalan : tiraillé par différents courants politiques, l’Espanyol Barcelone joue la carte de l’apolitisme
Autore: Antonin Deslandes
Link all’articolo: https://www.francefootball.fr/news/Referendum-catalan-tiraille-par-differents-courants-politiques-l-espanyol-barcelone-joue-la-carte-de-l-apolitisme/844271
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