La nazionale maschile USA manca la qualificazione al mondiale in un momento d’isolamento americano

L’ultima volta che la nazionale statunitense non aveva raggiunto la qualificazione per la Coppa del Mondo, Ronald Reagan si era appena insediato alla Casa Bianca per il suo secondo mandato, “Rambo 2 – La Vendetta” spopolava nelle sale e, fatta eccezione per il portiere Tim Howard, nessuno dei giocatori dell’attuale formazione iniziale degli Stati Uniti era ancora nato. Cristian Pulisic, il bambino prodigio di 19 anni che ha trascinato la squadra nell’ultimo periodo, sarebbe venuto al mondo soltanto 12 anni dopo.

Io neppure ero ancora nato. Con il tempo poi ho iniziato a dare per scontata la qualificazione degli Stati Uniti per la Coppa del Mondo. Da bambino il mio armadio era pieno zeppo di magliette dei mondiali degli anni novanta e duemila; alcuni dei ricordi più belli erano di quelle estati quando, con una palla tra i piedi e la maglietta della nazionale, guardavo gli Stati Uniti scendere in campo contro i migliori giocatori del mondo nella massima competizione internazionale.

Ma questa volta i giocatori della nazionale statunitense hanno arrancato durante tutta la CONCAF, il torneo a sei squadre in cui Caraibi, America del Nord e America Centrale competono per accedere alle fasi finali del mondiale. Dopo le deludenti sconfitte di novembre contro Costa Rica e Messico, l’allora tecnico Jürgen Klinsmann fu esonerato e sostituito dall’ex allenatore Bruce Arena che avrebbe dovuto risollevare le sorti della squadra. In seguito, gli Stati Uniti persero di nuovo con il Costa Rica a settembre e pareggiarono contro l’Honduras, rendendo la qualificazione tutt’altro che scontata.

Lo scorso venerdì, dopo aver rifilato un 4 a 0 al Panama, la squadra sembrava allontanarsi dalla zona a rischio. Con una sola partita al termine gli Stati Uniti erano padroni del loro destino. I loro avversari, Trinidad e Tobago, erano di gran lunga la squadra più debole della competizione. Prima di questa partita avevano perso 6 match di fila. La squadra era uscita dalla corsa al mondiale già da un mese. Loro giocavano in casa, all’Ato Boldon di Couva, stadio che era stato allagato fino al giorno prima della partita. Questo particolare avrebbe reso difficile l’allenamento per gli Stati Uniti, sebbene questi ultimi non dovessero affrontare un pubblico eccessivamente ostico; durante la partita metà dello stadio era vuoto con poche decine di tifosi sparsi qua e là.

Gli Stati Uniti si trovavano di fronte a tre possibili scenari di qualificazione: una vittoria avrebbe garantito un posto nel mondiale; un pareggio sarebbe probabilmente bastato perché la differenza reti cumulativa degli Stati Uniti era maggiore di quella delle sue rivali; una sconfitta anche sarebbe andata bene, se entrambe Honduras e Panama avessero perso o pareggiato nell’ultima giornata. Tuttavia, non era un’ipotesi plausibile per me, convinto che gli Stati Uniti avrebbero fatto bottino pieno contro la modesta formazione caraibica (Trinidad e Tobago ha una popolazione numericamente simile a quella di San Diego, anche se è 5 volte più grande della città californiana).

Il match ha inizio e Arena sceglie la stessa formazione d’avvio di quella scesa in campo nella vittoria contro il Panama, una scelta discutibile fin da subito. I giocatori, che avevano giocato 4 giorni prima, sembravano infatti stanchi e non in condizione. Al minuto 17’ Alvin Jones, terzino destro del Trinidad crossa in mezzo dalla sua fascia cercando il suo compagno Shahdon Winchester. Omar Gonzalez, difensore statunitense, prova a intercettare il cross ma Winchester anticipa Gonzalez e devia il pallone disegnando una parabola che si insacca alle spalle di Tim Howard. É 1 a 0 per il Trinidad.

Le cose peggiorano dopo una ventina di minuti. Jones prende palla sempre sulla fascia destra e ci prova dai 30 metri. É un gol capolavoro.

La partita prosegue e gli Stati Uniti sono in svantaggio mentre io comincio a controllare i risultati di Costa Rica – Panama e Messico – Honduras, guardando in maniera nervosa il multiscreen proposto ogni tanto da NBC Universo. Gli stati uniti dimezzano lo svantaggio nella prima frazione del secondo tempo, quando Pulisic all’altezza dell’area di rigore salta secco un difensore del Trinidad e fa partire un tiro che passa tra due giocatori e si infila in rete. Ma Honduras e Panama ribaltano i risultati nelle rispettive partite e adesso conducono. Al fischio finale era già tutto ufficiale: Panama e Honduras avevano vinto e Gli stati Uniti avevano perso mancando la qualificazione ai mondiali per la prima volta dopo 32 anni.

Un risultato sconvolgente per la nostra nazionale, senza considerare i milioni di dollari di introiti persi. Ma ancor peggio è aver perso l’opportunità di attrarre l’interesse dei tifosi locali, una chance che si ha una volta ogni 4 anni. Non c’è nulla di meglio di un mondiale per ravvivare l’amore di un paese nei confronti di questo sport. I bar che pullulano di tifosi saranno sostituiti ora da bar deserti o sintonizzati su altri canali. La divisa della nazionale che sarebbe andata a ruba la prossima estate adesso rimarrà invenduta. Ma non è tutto. La cosa peggiore è che molti giovani giocatori statunitensi non proveranno la gioia di vedere lo sport che amano sulle bocche e negli occhi di un intero paese. Avevo 13 anni quando gli Stati Uniti arrivava con un’impresa ai quarti di finale nel 2002. La straordinaria vittoria contra il Portogallo, quella più sofferta contro il Messico e persino la coraggiosa prova contro i tedeschi, mi avevano fatto mettere da parte ogni altro interesse sportivo per dedicarmi solo al calcio. Il mondiale genera un entusiasmo che non è paragonabile a nessun altro evento sportivo. Un spinta inarrestabile verso uno sport che unisce tutto il mondo in una modo che non credevo possibile.

Ma non finisce qui. Il boccone più amaro da ingoiare è pensare che probabilmente il continente Americano aveva bisogno degli Stati Uniti in questi mondiali oggi più che negli scorsi anni. Non solo perchè avrebbe contribuito alla crescita e allo sviluppo di questo sport, ma perché in questo momento politico il paese si muove sempre più in una direzione di isolamento. Gli avversari si fanno coraggio, gli alleati sono scettici e le politiche dell’attuale amministrazione rafforzano un pericoloso nazionalismo. Il bello del mondiale è che anche se 32 paesi fanno il tifo per le loro squadre, l’evento rimane un’affermazione del pluralismo globale; è un festival della molteplicità culturale tanto quanto una competizione dove gareggiano i migliori atleti del mondo. Quest’anno avrei voluto davvero che gli Stati Uniti ne facessero parte e sperato che il mondiale avrebbe potuto insegnarci che non veniamo al mondo per camminare da soli; che esistiamo grazie alle differenze del mondo, non nonostante queste; che la mentalità “America First” si dimentica delle nostre vere radici. E adesso, come accade sempre più spesso, il resto del mondo scenderà in campo l’uno contro l’altro, giocando fianco a fianco, mentre noi staremo fuori a guardare.

Traduzione: Vincenzo Streppone

Scritto da Clint Smith per il The New Yorker

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