Quando Yao Ming era il centro del mondo

Ricordo di aver sentito parlare di Yao Ming alla fine degli anni ’90, prima che i video di becera qualità di chissà quali leghe cestistiche iniziassero a circolare con facilità, una futura promessa cinese del basket che era troppo alto, pure per gli standard della National Basketball Association. Si dice che anche i suoi genitori fossero dei giganti e che il governo cinese abbia seguito la sua crescita per assicuragli un futuro da centro agile, dotato e di livello mondiale. Per qualche motivo sono stato sopraffatto dalla voglia di Yao, il quale non ho mai visto giocare né sentito parlare di lui, era diventato una sorta di leggenda.

Questo strano legame sentimentale mi ha di nuovo sopraffatto all’inizio di questa settimana, quando il Naismith Memorial Basketball Hall of Fame ha annunciato che Yao figurava tra i giocatori nominati per il 2016. Al di là dei riconoscimenti sul campo, si tratta di un gruppo di enorme peso culturale: Shaquille O’Neal, superstar mondiale e pioniere del self-branding o Allen Iverson, diventato un’icona per aver portato sul parquet la cultura hip-hop. Un ponte tra gli Stati Uniti e il resto del mondo, anche Yao Ming è simbolo di qualcosa, sì, ma di cosa, esattamente?

Portland Trail Blazers v Houston Rockets, Game 6

Quando Yao è stato la prima scelta, degli Houston Rockets, al draft del 2002, svariate superstar internazionali si erano già fatti strada negli Stati Uniti. Ma Yao era una presenza diversa, nel pieno rispetto degli stereotipi, era imperscrutabile. Quando alla fine degli anni ’80, con la fine della Guerra Fredda e l’ammorbidirsi delle frontiere, l’NBA ha iniziato ad accogliere star internazionali, la storia di un American dream globale era già pronta. Yao ha rappresentato un momento successivo a tutto questo. Era inevitabile che, un giorno, una star sarebbe arrivata con ambizioni a noi poco familiari, che avrebbero scombinato la nostra concezione di chi insegue chi o cosa.

Ex-giocatori e opinionisti scommettevano che Yao non avrebbe mai fatto un punto in NBA. Giocatori più bassi di lui morivano dalla voglia di potergli schiacciare in faccia. Molti si chiedevano cosa mangiasse. Era il tipo di mancanza di rispetto casuale diventata lingua franca negli sport americani, ma era strano sentirsi parte di ciò, per quanto evidentemente stupido fosse questo comportamento irriverente. Per gli immigrati asiatici, Yao era un ponte sull’Oceano Pacifico che portava a un mondo che la maggior parte degli asio-americani vedevano con nostalgico desiderio. Sembrava rappresentare il potenziale asiatico, qualcosa di cui ci si poteva sentire parte o che si poteva rivendicare, anche se si trattava di una connessione meramente immaginaria.

Tra le vaghe gerarchie della politica identitaria americana, un giocatore cinese non era la stessa cosa di uno asio-americano, ma nei primi anni duemila Linsanity era inconcepibile come un presidente nero. Yao avrebbe dovuto esserlo. E poi, non è che la distinzione tra asiatico e asio-americano contasse tanto per la maggior parte delle persone, per quel che ne so

C’è qualcosa di razionale riguardo all’attaccamento che sviluppiamo verso figure viste da lontano, che sprintano su e giù in un qualsiasi campo sportivo? In qualche modo, uno stile di gioco o il temperamento di un giocatore sostituiscono un modo di vedere noi stessi. Le nostre convinzioni vengono riscritte in base alla testardaggine di qualcun altro o alla sua figura imperiale. È tutto un gioco di un gioco, e lo sappiamo, ma torciamo le nostre menti per convincerci del fatto che si tratti della cosa più reale e onesta che esista. La compressione delle impacciate appartenenze identitarie in questa equazione comporta un certo tipo di influenza sulle scelte sportive di chiunque, le quali ancora sembrano solamente interpretare letteralmente le contorte e immaginarie allegorie della razza o del gender che si proiettano ogni giorno negli atteggiamenti o nel lento brillare degli atleti.

Yao ha chiuso la sua prima partita in NBA, il 30 ottobre 2002, con zero punti e tra falli in 11 minuti. Ricordo di sentirmi un po’ preoccupato del fatto che ancora Yao non avesse segnato. Le prime settimane della stagione sono state una ricerca di equilibrio, sia nelle partite di Yao che nelle nostre aspettative. Si vedevano dei lampi di bravura, ma soffriva l’astuzia e la destrezza di giocatori molto meno dotati di lui fisicamente.

Alla fine ha iniziato a inanellare performance migliori e ogni volta che arrivava in una nuova città per giocare eri sicuro che gruppi studenteschi cinesi del luogo avrebbero occupato una grande porzione degli spalti. Quando è andato a Miami, nel dicembre di quell’anno, sono stati distribuiti sulle tribune biscotti della fortuna omaggio. Mentre in molti criticarono questa irrispettosa caricatura della cultura asiatica, Yao era leggermente confuso. Non aveva mai visto un biscotto della fortuna in Cina e quindi ha pensato, correttamente tra l’altro, che si trattasse di un’invenzione americana. È in momenti come questi che ha distrutto la logica delle nostre identità a disposizione. Da un lato ci si chiedeva come fosse possibile aver considerato una buona idea promuovere l’arrivo di una star cinese in questo modo; dall’altro si ricercavano le radici di quest’offesa e ci si domandava perché Yao fosse obbligato a ereditarla.

A gennaio incontrò Shaquille O’Neal su un campo per la prima volta. (Le loro due squadre si erano già sfidate precedentemente in quella stagione ma O’ Neal era infortunato). L’incoraggiante e socievole O’Neal, pochi giorni prima del match, durante un’intervista esordì così: “Dite a Yao Ming «Ching chong-yang-wah-ah-soh». Ancora una volta Yao si trovava invischiato in una situazione nella quale non avrebbe voluto trovarsi. Mentre la fastidiosa ed esagerata approssimazione della lingua cinese di O’Neal aveva offeso asiatici e americani; inoltre Yao tacciò di ignoranza il nostro senso di civiltà e decoro. Qualcuno potrebbe sentirsi offeso e ne avrebbe tutto il diritto. Ma sapeva che O’Neal stava solo scherzando.

Mi trovavo a Boston in quel periodo e quando i Rockets vennero in città, alla fine di febbraio, volevo assistere da vicino. Non alla partita, per la quale i biglietti erano finiti già mesi prima, ma a tutto ciò che ruotava attorno a essa. Inviai alcune e-mail per informarmi sulle date delle conferenza stampa pre-match e mi presentai in una grigia mattina davanti a una porta laterale del Fleet Center, riservata ai media. Un ragazzo davanti alla porta mi fece segno di entrare, risparmiandomi la fatica di scrivere false e-mail di accreditamento da parte dei Boston Celtics o il Village Voice.

Un pool di reporter si era radunato a bordo campo, prima dell’allenamento pre-partita del pomeriggio; una porta di uno degli spogliatoi si aprì e piano piano entrarono i giocatori, camminando lentamente verso di noi. Abbiamo circondato Yao lasciandogli appena qualche centimetro di spazio, bastevole a respirare. Spuntava solo la sua testa e sembrava enorme. Era gentile e calmo, ma ancora doveva imparare quanto potesse essere disarmante una risata a comando. C’era un gruppo di giornalisti cinesi che credeva che Yao li avrebbe trattati come amici di vecchia data che non vedeva da tempo ma ricordo che lui cercava di stare il più lontano possibile da loro. Tutti iniziarono a fare domande, in attesa che il suo interprete, Colin Pine, ne selezionasse una e riferisse il messaggio. Ridevamo tutti di gusto, forse troppo, alle battute di Yao, o per lo meno spero si trattasse di battute. Io ero accanto al veterano Glen Rice, col quale nessuno voleva parlare, incrociai le braccia, come lui, provando a guardare la scena dal suo punto di vista.

Yao invece sembrava sul punto di avere un esaurimento nervoso. I avevo un po’ di nostalgia e mi ricordo com’era dolce e confortante per me sentirlo parlare cinese mandarino. Ma ogni tanto lui corrucciava le sopracciglia o interrompeva l’interprete sul momento sbagliato perché aveva capito la domanda già sentendola in inglese. Il suo interprete sembrava un’eco più che altro, in ritardo di dieci secondi, in modo tale da permettere a Yao di pensare alle risposte più sagge o fungere da scusa per non rispondere a domande scomode.

C’è stato un momento durante la conferenza alla quale penso ancora oggi. Un giornalista fece riferimento a una pubblicità della Visa nel quale Yao fa compere in un negozio di souvenir di Manhattan, provando a pagare una riproduzione della Statua della Libertà con un assegna: “Can I write check?”, domanda. Un commesso si rivolge a lui con un diffidente “Yo…” indicando un cartello che recita “Non accettiamo assegni”. Yao corregge bonariamente il commesso: “Yao.” Lo scambio di battute avviene diverse volte e alla fine Yao se ne va senza souvenir. Il giornalista chiese scherzosamente se poi era riuscito a comprare il souvenir e, prima che Pine potesse tradurre, Yao rispose bruscamente qualcosa riguardante un suo ritorno a New York per comprare la vera Statua della Libertà. Piccolo sussulto collettivo, risatine nervose e poi si ritornò alle domande sul basket.

Negli anni seguente, quando ai Rockets arrivarono l’affabile Tracy McGready e Jeff van Gudy diventò coach, Yao si sciolse un po’. Ma c’era qualcosa che Yao faticava ad assimilare. Era umile. Forse ciò ha avuto rilievo perché siamo cresciuti abituandoci all’idea di chi viene qui lo fa con la voglia di resta e alle storie di ragazzi cinesi che cambiano nomi in qualcosa di più americano copiato dall’NBA: Bryant, Earvin, Michael. Yao non era così. Durante la sua carriera NBA non si è mai “americanizzato”.

Ha lasciato il parquet nel 2011. Vessato da infortuni durante gli ultimi anni della carriera e con i Rockets che non son riusciti a circondarlo di gente valida per lottare per il titolo. Ha fatto parte dell’All-star team soprattutto perché le votazioni erano aperte a tutto il mondo e aveva moltissimi fan in Cina. Ma verso la metà dei primi anni dieci del duemila i tifosi cinesi non tifavano più per Yao. Le maglie di Kobe vendevano più delle sue; nel 2007 quelle di Yao erano a malapena tra le prime dieci. L’anno del suo ritiro l’ex star NBA Stephon Marbury aiutava a far affermare la Chinese Basketball Association. Yao ritornò in Cina con un bagaglio culturale cestistico grandissimo. (Zhou Qi, centro di due metri e diciannove sembra essere una delle papabili prime scelte al draft).

Negli anni dopo il ritiro di Yao molte ex promesse dell’NBA sono andate in Cina a cercare fortuna. Kobe Bryant ha iniziato a fare viaggi annuali, toccando varie province, visitando fabbriche, esibendosi; avvia iniziative per bambini e incontra personalità di spessore. Ha anche recitato nella sua serie TV cinese. Bryant ha detto a un giornalista cinese nel 2011: “Yao ha fatto in modo che si iniziassero ad aprire sempre più porte ai giocatori cinesi per arrivare in NBA o che i bambini cinesi potessero sperare di arrivare un giorno a essere un giocatore dell’NBA.

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In base alle aspettative si può dire sia che Yao abbia fallito o avuto successo in NBA. Ma i numeri più importati a lui associati sono a nove zeri: le legioni che in Cina hanno monitorato i suoi progressi in NBA e, ovviamente, i loro ricavi. In questi giorni, il più umano e “sottomisura” playmaker Stephen Curry è considerato un eroe più raggiungibile. Ma Yao ha rappresentato un nuovo livello di possibilità per la lega. Anche se è stato un giocatore appena sopra la media, sarebbe potuto essere una star in quanto su di lui c’era un progetto che prevedeva tutto tranne il fallimento. In qualche strano modo, tutto ciò sembra averlo limitato. Era eccezionalmente alto, ma a quanto pare non tanto da essere abbastanza.

Traduzione: Federico Leone

Giornale: The New Yorker

Nazione: Stati Uniti d’Ametrica

Titolo: When Yao Ming was the center of the world

Data di pubblicazione: 8 aprile 2016

Link all’articolo: https://www.newyorker.com/news/sporting-scene/when-yao-ming-was-the-center-of-the-world

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