NFL: Perché protestare durante l’inno non sta funzionando.

Il football è tornato – e con esso il dibattito relativo ai giocatori che si inginocchiano durante l’inno nazionale per protestare contro le ingiustizie razziali in America.

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I giocatori dei Cleveland Browns in ginocchio durante l’inno prima della partita di pre-season contro i New York Giants (AP Photo/Ron Schwane)

Il numero di giocatori NFL che partecipano a queste manifestazioni sta crescendo, anche se colui che più si è adoperato per diffonderle, l’ex quarterback dei San Francisco 49ers, Colin Kaepernick, è rimasto disoccupato. La stella dei Green Bay Packers, il quarterback Aaron Rodgers, esprime il pensiero di molti quando dice apertamente che questi due fatti su Kaepernick sono collegati.

In un momento di crescenti tensioni tra i servizi di polizia e le comunità afroamericane che sono incaricati di proteggere e servire, le manifestazioni dei giocatori di NFL sono comprensibili. Negli States Il football ha ormai soppiantato il baseball come passatempo nazionale. Un campionato in cui più del 70 per cento dei giocatori sono neri ha accesso a un gran numero di spettatori bianchi e conservatori che potrebbero altrimenti restare isolati o indifferenti alle questioni di brutalità poliziesca e ingiustizia razziale. Non è esattamente un mistero il perché così tanti giocatori della NFL vogliano spingere i fan ad affrontare queste scomode realtà.

Ma, per giuste o sbagliate che siano, le proteste prepartita in ultima analisi si riducono ad una questione di tattica.

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Marshawn Lynch seduto durante l’inno americano.

Riescono queste proteste ad aumentare effettivamente la solidarietà nei confronti della difficile situazione dei giovani afro-americani tra il pubblico bianco e conservatore? Riscontri aneddotici estrapolati dai social media, i commenti degli opinionisti dell’NFL, sondaggi e forse anche i risultati delle stesse partite suggeriscono di no.

Uno dei motivi per cui queste proteste non sembrano sortire l’effetto sperato è riconducibile nel fatto che, per molti tifosi più anziani e conservatori, anche il semplice fatto di mettere a confronto questa preoccupazione per la giustizia razziale con il rispetto per la bandiera e per gli uomini e le donne che servono nella polizia o nei militari come una scelta binaria è, già di per sé, offensiva. Per quale motivo deve essere uno o l’altro? Il fatto che questa scelta non abbia né vincitori né vinti, immediatamente spegne l’interesse di molti tifosi.

Prendiamo Kaepernick stesso. Una volta un popolare quarterback con una base di fan razzialmente assortiti che è arrivato vicino a vincere un Super Bowl, è ora il parafulmine di tale polemica. C’è addirittura chi discute sul fatto che possa dire la propria contro il razzismo pur avendo genitori bianchi. Su internet ne sono state dette così tante su di lui che potrebbero sostituire il carbone come fonte energetica.

Ecco la mia: Kaepernick in questo momento è senza squadra per motivi che hanno a che fare sia con la sua visione politica che con le sue prestazioni sul campo. È riuscito benissimo ad attirare l’attenzione su queste proteste, ma non è stato altrettanto efficace nell’aprire le menti di molti presso il grande pubblico. Kapernick ha preso una posizione radicale in una stagione in cui, da titolare, è riuscito a vincere una sola partita perdendone 10. Due fatti che, combinati, non lo hanno reso poi così gettonato agli occhi delle squadre della NFL.

Kaepernick non è il giocatore elettrico che aveva mostrato bagliori di talento qualche anno fa. Ma è innegabilmente dotato e sarebbe almeno una riserva da qualche parte se non fosse diventato il volto pubblico di un movimento che si rifiuta di stare in piedi durante l’inno americano.

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Colin Kaepernick in ginocchio durante la scorsa stagione.

Quando è al meglio, Kapernick è indiscutibilmente meglio (per esempio) del disgraziato duo di quarterback dei Jacksonville Jaguars: Blake Bortles e Chad Henne. Ma Kaepernick non riesce ad esprimersi al meglio ormai da anni. Ha dovuto lottare per tenere a bada Blaine Gabbert (un quarterback così scarso che a Jacksonville è stato addirittura rimpiazzato con lo stesso Bortles) per mantenere il suo posto in squadra.

Diversamente da Kaepernick, l’eccezionale difensive end dei Seattle Seahawks Michael Bennett non rischia di perdere il lavoro, nonostante le fortissime accuse lanciate contro la polizia di Las Vegas, contro cui ha puntato il dito ed individuato come suo principale motivo per restare seduto durante l’inno. Lo stesso vale per il fratello di Bennett, Martellus, tight end dei Green Bay Packers e per la safety dei New England Patriots Devin McCourty, entrambi più convincenti che Kaepernick nel loro attivismo e allo stesso tempo più efficaci sul campo nel corso delle ultime due stagioni.

Far sì che più giocatori bianchi si seggano o inginocchino durante l’inno potrebbe rendere più facile prendere parte a queste proteste per l’atleta medio della NFL e allo stesso tempo rendere più difficile per le squadre di punirli (anche se tutti i giocatori menzionati sopra sono di colore). Ma comunque, se il punto di accrescere la consapevolezza sull’argomento è persuadere piuttosto che ottenere visibilità, il fatto che i giocatori di football protestino contro l’inno nazionale è una scelta tatticamente sbagliata.

Coloro i quali si sentono trattati ingiustamente, non sono obbligati a far sentire gli altri a proprio agio. Però, gli argomenti a sostegno dell’uguaglianza hanno spesso avuto il loro maggiore impatto quando si sono presentati come un compimento della storia e dei principi degli Stati Uniti; non come qualcosa in opposizione ad essi. Parafrasando le parole di Martin Luther King Jr. “nel vero significato del nostro credo” piuttosto che in confutazione di esso.

Ciò è particolarmente importante in un momento in cui il razzismo aperto sta rifiorendo. Le persone che traggono più giovamento dal trattare il patriottismo americano come una forma latente del nazionalismo bianco sono gli stessi nazionalisti bianchi, non i giovani uomini neri giustamente timorosi di imbattersi nella polizia. A quanto pare le proteste durante l’inno stanno in realtà aumentando il divario tra l’indifferenza e l’ostilità verso la situazione di questi giovani uomini.

I giocatori della NFL hanno lo stesso diritto di esprimere le loro opinioni nel modo che ritengono più opportuno, come chiunque altro. Possono esprimersi in un modo che cerchi di riprodurre la relativa armonia razziale che esiste in molti dei loro spogliatoi, o in un modo che faccia venire voglia al loro pubblico di cambiare il canale.

Traduzione dell’articolo di W. James Antle III: “Why NFL players’ national anthem protests aren’t working“, The Week USA, 8 Settembre 2017
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Da sinistra, i giocatori dei Miami Dolphins Jelani Jenkins, Arian Foster, Michael Thomas e Kenny Stills, inginocchiati durante l’inno prima della partita contro i Seattle Seahawks.
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